Nel 1826, Joseph Nicéphore Niépce fissò per la prima volta su una lastra quella che oggi chiamiamo fotografia: una vista dalla finestra di Le Gras, un’immagine mai vista prima. Oggi, quasi due secoli dopo, siamo davanti a un paradosso altrettanto rivoluzionario. Come può una fotografia avere senso quando l’occhio non sa più distinguere tra ciò che è reale e ciò che è solo un’illusione digitale? Maria Vittoria Baravelli si confronta con questo nodo cruciale in Seducenti inganni , un viaggio che attraversa la storia delle immagini, da quelle prime tracce di luce alle creazioni dell’intelligenza artificiale. Non si tratta più solo di riflettere la realtà, ma di inventare mondi nuovi, dove ogni immagine è sospesa tra verità e finzione.
La storia raccontata in Seducenti inganni nasce dal desiderio antico di fermare un attimo, lasciare una traccia del mondo. Non è un bisogno nato con la fotografia, ma risale alle pitture rupestri, passando per la camera oscura e l’era della pellicola fino all’album di famiglia. Baravelli mostra come la fotografia abbia tradotto questa voglia in un’immagine capace di testimoniare ciò che è stato. Oggi però questa certezza scricchiola: con il digitale e soprattutto con l’intelligenza artificiale, le immagini si possono creare dal nulla, senza un evento reale, senza corpi o luoghi dietro l’obiettivo. Queste nuove fotografie non hanno un “prima” o un “dopo” nel mondo concreto. Il problema che si pone è: qual è davvero il valore della fotografia? È ancora un documento, una prova, o qualcos’altro?
Il libro non mette in contrapposizione netta il vecchio analogico con il nuovo digitale, né si lascia andare a nostalgie per immagini passate. Piuttosto, si concentra su ciò che spinge l’uomo a creare immagini: raccontare, conservare memoria, testimoniare esperienze, lasciare un segno nel tempo. L’intelligenza artificiale è l’ultimo passo di questa lunga storia. Oggi le macchine non si limitano a produrre immagini realistiche, ma mischiano milioni di dati, imitano stili e tecniche fotografiche diverse. Questo ci porta a riflettere su cosa renda autentica una fotografia. Forse non è la perfezione tecnica, ma l’impronta di chi ha scelto cosa inquadrare. Il valore sta nella presenza umana: essere stati davvero in un certo luogo, decidere un’inquadratura, isolare un momento dal flusso del tempo.
Il capitolo finale tocca il confine sottile tra reale e artificiale. La fotografia conserva ancora un legame stretto con ciò che si è vissuto, ma ora convive con immagini del tutto inventate, senza nessuna esperienza dietro. Ecco perché il libro si chiama Seducenti inganni: queste immagini artificiali sono così credibili, familiari, emozionanti, da ingannarci. La questione diventa quindi non solo tecnologica, ma culturale. In un mondo dominato dalle immagini, imparare a distinguere tra realtà, documento e finzione è una competenza che non si può più ignorare. Baravelli ci invita a fare chiarezza su cosa vogliamo dalle immagini, quale ruolo debbano avere e come vogliamo rapportarci con quello che raccontano.
Nata a Ravenna nel 1993, Maria Vittoria Baravelli è una voce nuova e autorevole nel mondo della curatela d’arte e fotografia. Fa parte di comitati scientifici importanti, come quello del Museo Nazionale di Fotografia a Cinisello Balsamo, e lavora a progetti internazionali, anche in Egitto. Tra le sue mostre recenti ci sono omaggi a grandi fotografi italiani come Gabriele Basilico, Piero Gemelli e Mario De Biasi. Nel 2026 la aspetta una mostra a Palazzo Reale di Milano, per i vent’anni dalla scomparsa di Oriana Fallaci. Nel 2024 ha pubblicato con Rizzoli anche Il mondo non merita la fine del mondo. Il suo lavoro si distingue per il dialogo aperto tra arte visiva, memoria e tecnologia contemporanea.
Baravelli affronta un tema cruciale: un mondo che cambia davanti ai nostri occhi, con l’immagine che evolve e ci spinge a ripensare le sue radici, la sua funzione e il futuro.
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