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Nino Migliori compie 100 anni: il maestro bolognese celebra il secolo di innovazione nella fotografia

«Il mio scatto più importante? Quello che ancora non ho fatto». Parola di Nino Migliori, che il 29 settembre compie cento anni. Non è solo un traguardo anagrafico, ma il segno di una vita dedicata a reinventare la fotografia, a sfidarne i limiti con uno sguardo sempre nuovo. Nato a Bologna nel 1926, Migliori ha attraversato quasi un secolo di storia visiva, lasciando dietro di sé una scia di sperimentazioni e narrazioni che ancora oggi risuonano. A dicembre, Roma rende omaggio a questo percorso con una mostra a Palazzo Altemps, un evento importante sostenuto dal Ministero della Cultura e da musei di rilievo. Un riconoscimento che conferma: Migliori non è un nome del passato, ma un artista vivo e vibrante, anche a cento anni.

Gli esordi di una ricerca che rompe gli schemi della fotografia tradizionale

Migliori inizia a fotografare subito dopo la Seconda guerra mondiale, un momento in cui l’Italia cerca di ritrovarsi e raccontare la realtà che cambia. Ma lui non si limita a fermare il mondo con la macchina fotografica. Fin dal 1948 si mette alla prova con tecniche insolite, come le ossidazioni e i pirogrammi, che mettono in discussione l’idea della fotografia come semplice riproduzione del reale. Con le ossidazioni lascia che reazioni chimiche trasformino la carta fotografica, creando macchie e forme casuali; nei pirogrammi, invece, è il calore che agisce direttamente sulla superficie. Un rapporto intenso con la materia, dove il processo creativo diventa un dialogo fatto di chimica, gesti manuali e casualità.

Questi esperimenti rappresentano anche una critica originale al linguaggio fotografico tradizionale, un tentativo di spostare l’attenzione dall’immagine-documento a una forma espressiva mista, che unisce arte e tecnica. Mentre molti nel mondo della fotografia guardavano con sospetto queste strade nuove, pittori come Emilio Vedova ne colsero subito il valore innovativo. Questo scambio tra fotografia e arte informale arricchisce il lavoro di Migliori, facendolo diventare uno dei protagonisti della sperimentazione visiva in Italia.

Il “Tuffatore” di Rimini: lo scatto che ha segnato un’epoca

Tra le immagini più famose di Migliori c’è sicuramente “Il Tuffatore”, realizzata nel 1951 sul molo di Rimini. Si vede un ragazzo sospeso in aria, corpo rigido e quasi parallelo all’acqua, mentre un altro sta seduto sul bordo. A prima vista sembra un momento di vita rubato, una scena qualunque fissata al volo. Ma dietro c’è molto di più: quell’istantanea nasce dall’incontro tra uno sguardo attento e un gesto inatteso, catturato con una precisione quasi scultorea.

Questa foto è diventata un simbolo dell’Italia del dopoguerra, anche se Migliori ha sempre rifiutato di essere incasellato nel neorealismo fotografico rigido. L’immagine mostra come la realtà passi sempre attraverso l’esperienza e la visione personale del fotografo, sfuggendo a definizioni strette. Così, “Il Tuffatore” non è solo un documento, ma un’interpretazione che parla di ritmo, luce, tempo e spazio, espressione di una consapevolezza raffinata del linguaggio fotografico. Un’opera che sintetizza il legame che Migliori ha sempre cercato tra esperienza visiva e riflessione intellettuale.

“Gente” e “Muri”: l’Italia raccontata attraverso persone e segni urbani

Per decenni, Migliori ha lavorato su serie tematiche che raccontano l’Italia degli anni Cinquanta con uno sguardo che unisce impegno sociale e sperimentazione formale. I cicli “Gente del Sud”, “Gente dell’Emilia” e “Gente del Delta” si concentrano sulle persone, sui loro gesti quotidiani e sull’ambiente che le circonda, ma introducono anche composizioni complesse, con più piani e cornici dentro l’immagine, figure che si guardano tra loro. È un modo di costruire l’immagine che va oltre la semplice fotografia documentaria, esplorando il rapporto tra soggetto e spazio e le molteplici letture possibili.

Parallelamente, nasce un altro filone, quello dei “Muri”, che indaga la presenza umana attraverso segni lasciati sulle superfici urbane: scritte, graffi, manifesti strappati, crepe, segni di usura. Questo lavoro, iniziato alla fine degli anni Quaranta e proseguito per decenni, trasforma i muri in veri e propri “ritratti” pubblici, testimonianze silenziose di opinioni, identità e trasformazioni sociali. Qui l’uomo non c’è più fisicamente, ma si fa sentire attraverso simboli e tracce, in un’analisi che è insieme artistica e sociale.

Questi temi mostrano come Migliori abbia sempre tenuto al centro della sua ricerca l’uomo, sia direttamente che attraverso ciò che lascia dietro di sé. Il contatto con artisti informali come Vedova, Tancredi e Bendini ha influenzato questo percorso, portandolo a dialogare con movimenti più ampi e a far emergere la fotografia come strumento concettuale, capace di aprire nuove interpretazioni e confronti.

Ritratti e autoritratti: un’indagine sull’identità e la sua rappresentazione

La ricerca di Migliori passa anche attraverso il ritratto, dove indaga il rapporto tra individuo, immagine e percezione pubblica. I volti di artisti come Ida Barbarigo, Emilio Vedova, Tancredi e Zoran Mušič si trasformano da semplici documenti a veri e propri spunti di riflessione critica. Dagli anni Settanta in poi, Migliori introduce la decostruzione, manipolando i volti con cancellature, duplicazioni e scomposizioni visive. In questo modo mette in discussione la trasparenza e l’immutabilità della fotografia, trasformando il ritratto in uno strumento per analizzare come si costruisce socialmente l’identità.

Negli anni Ottanta e Novanta usa la Polaroid come terreno di sperimentazione, modificando direttamente l’immagine, come nella serie “Quelli della notte”. I ritratti illuminati da un fiammifero riportano l’attenzione sulla luce come materiale primario e simbolico. Parallelamente, negli autoritratti esplora diverse prospettive sulla propria immagine, dalle prime ossidazioni doppie fino a esperimenti con la camera widescreen e progetti più concettuali come “Il tempo dilatato”.

Tutto questo forma un percorso complesso in cui la fotografia diventa uno strumento per riflettere sulla presenza dell’individuo, sulla sua rappresentazione pubblica e sulle tante sfaccettature dell’identità visiva nel rapporto con il mondo.

“Stragedia” : luce, memoria e testimonianza

Quasi sessant’anni dopo le sue prime sperimentazioni, Migliori torna a lavorare sulla luce come materia viva con “Stragedia”, una serie realizzata nel 2007. Sono 81 fotografie che rendono omaggio alle vittime della strage di Ustica, un evento ancora avvolto nel mistero e nel dolore collettivo. In quei giorni, durante il trasferimento e la ricomposizione del DC-9 Itavia nel Museo per la Memoria di Ustica a Bologna, Migliori fotografa i frammenti dell’aereo usando solo una candela per illuminare.

L’uso insolito di una luce fioca e diretta, la perdita di proporzioni e la trasformazione dei detriti in forme quasi astratte danno all’opera un forte valore simbolico. I pezzi recuperati diventano piccoli monumenti di memoria, oggetti che sfidano l’oblio e invitano a riflettere. La tecnica affonda le radici nel progetto “Lumen”, avviato l’anno prima, ma qui acquista un significato memoriale e civile straordinario.

Questa serie ci ricorda che per Migliori la fotografia non è mai stata solo immagine, ma un mezzo concreto per misurare il tempo, fissare la storia e sondare i limiti della percezione.

Un secolo di Nino Migliori racconta così una storia esemplare, dove arte, tecnica e testimonianza si intrecciano in modo indissolubile, lasciando una traccia profonda nella fotografia italiana e non solo.

Redazione

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