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Gregorio Botta e l’illusione della materia: quando l’arte svela l’inconsistenza della realtà

«Conoscere un oggetto significa afferrarne i contorni», si dice spesso. Ma cosa succede quando quei contorni si dissolvono? Le nuove opere di Gregorio Botta, esposte alla Galleria Studio G7 di Bologna fino al 22 dicembre 2026, mettono in crisi questa idea. Qui le forme non sono mai fisse; sembrano sospese, fragili, in continuo mutamento. Botta lavora con materiali delicati, con sovrapposizioni che negano la solidità, sottolineando invece la vulnerabilità dell’oggetto e della percezione stessa. È un invito a confrontarsi con la perdita, con la caducità insita nel conoscere. Quello che vediamo si disgrega, sfugge, si trasforma: non si può mai afferrare fino in fondo.

La mostra a Bologna: una riflessione sull’effimero degli oggetti

Alla Galleria Studio G7, la personale di Gregorio Botta — dal titolo La percezione di un oggetto costa esattamente la sua perdita — resta aperta fino alla fine del 2026. Il nome, preso in prestito da una poesia di Emily Dickinson, anticipa il cuore della mostra: l’idea che un oggetto si riveli davvero solo quando comincia a sfuggirci, quando la nostra percezione è costretta a misurarsi con la sua inevitabile dissolvenza. Botta si pone così in netto contrasto con la nostra voglia di mettere tutto in ordine, di dare definizioni nette a ciò che vediamo.

L’artista non lavora con la pittura tradizionale, ma con stratificazioni di carta di riso, velina, cera, pigmenti e grafite. Questa tecnica crea una “velatura solida”, un gioco di trasparenze che non irrigidisce lo spazio, ma lo rende fluido e delicato. Le superfici cambiano leggermente con la luce e con il movimento di chi guarda. Così l’opera si fa entità in continuo divenire, sfidando la fissità e invitandoci ad accettare l’impermanenza.

Materiali fragili, strutture complesse

Nel lavoro di Botta la carta fragile diventa una materia robusta grazie alle sovrapposizioni. I sottili fogli di carta di riso e velina non sono solo elementi delicati, ma parte di una struttura complessa che lascia filtrare luce e ombra con grande finezza. Cera, grafite, pigmenti e acquerello si mescolano per dare vita a superfici vibranti, dove pochi segni appena accennati – una linea, una macchia di colore – dicono molto più di quanto sembri.

In alcuni lavori, ai bordi, spuntano piccoli oggetti tridimensionali: sfere di vetro piene d’acqua o blocchi di cera. Questi elementi, spesso vicino alla firma, ampliano lo spazio pittorico verso una dimensione tangibile, creando un dialogo tra superficie piatta e volume reale. La scelta dei materiali richiama memorie visive e tattili, legando l’esperienza sensibile a una riflessione sul continuo mutare degli oggetti.

Opere simbolo della volatilità

Tra i pezzi più significativi c’è Chardin , ispirato al pittore francese famoso per la delicatezza con cui catturava la fugacità di bolle di sapone. Qui la carta velina, stratificata su tavola, assorbe e sfuma grafite e pigmenti in una composizione dai contorni sfumati. Ai piedi del foglio, una sfera d’acqua fa da lente: il solido sembra sciogliersi, diventare superficie. Questa ambiguità sospende chi guarda tra dimensioni diverse, raccontando la fluidità delle forme.

Un altro lavoro importante è La percezione di un oggetto , fatto di stratificazioni dense e luminose di carta da lucido, acquerello e foglia d’oro. La composizione richiama il corpo organico e la pietra preziosa dell’alabastro: una pelle fragile, pronta a lasciarsi attraversare dalla luce. Piccola matermania chiude il percorso con l’incontro tra cera e alabastro, evocando la grotta precristiana di Capri, luogo di culto della fertilità. La cera, che conserva il segno del tempo, si fonde idealmente con la pietra levigata, creando un’atmosfera ancestrale dove solido e fluido si mescolano senza sosta.

La visione di Botta: percezione, perdita, trasformazione

Botta racconta il suo lavoro come un’indagine sull’impossibilità di una visione completa. Per lui, percepire non è un gesto neutro, ma un processo che comporta sempre perdita e trasformazione di ciò che vediamo. La sua ricerca sta tutta lì, sospesa tra il desiderio di totalità e la consapevolezza della fragilità e dell’effimero. Le sue opere non offrono immagini rassicuranti da possedere, ma esperienze in continuo cambiamento.

In questa prospettiva c’è un’etica dello sguardo che ci invita a rinunciare all’illusione di forme definitive. Le superfici stratificate, lontane da ogni staticità monumentale, vivono nel tempo della loro contemplazione, nella relazione mutevole con chi le osserva. Rifiutando la forma compiuta, Botta ci spinge a vedere nella perdita una condizione necessaria per riconoscere ciò che c’è davvero. La fragilità diventa così la chiave per superare le apparenze e vivere fino in fondo la tensione tra essere e scomparire.

Redazione

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