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Francesco d’Assisi tra mito e realtà: come il sacro supera l’immagine nella devozione occidentale

Redazione 27 Settembre 2026

“Poverello d’Assisi”, lo chiamavano. Eppure, Francesco non è mai stato un’immagine facile da incasellare. Otto secoli dopo la sua nascita, continua a sfuggire a definizioni semplici, a resistere a qualunque tentativo di ridurlo a un’icona univoca. Per alcuni è il pacifista per eccellenza, per altri un precursore dell’ecologia, per molti un simbolo di fratellanza universale. Ma dietro questi volti rassicuranti si cela un uomo che ha sconvolto il suo tempo: ha rinunciato a tutto, ha scelto la povertà più estrema e la vulnerabilità come forma di resistenza e fede. Non un santo “soft”, insomma, ma una presenza scomoda, capace di infrangere gerarchie, di spogliarsi letteralmente di ogni cosa, abbracciando ciò che la società evitava. Questa tensione – tra la figura idealizzata e l’uomo radicale – è al centro della mostra “Lo spirito di Francesco”, ospitata fino al 25 ottobre 2026 nella Chiesa Monumentale di San Francesco a Gualdo Tadino. Qui, la tradizione medievale si intreccia con l’arte contemporanea, in un dialogo che scuote gli stereotipi e riporta al mistero, alla ferita umana, al cuore pulsante di Francesco.

Una chiesa che parla di storia e di arte

La scelta della Chiesa Monumentale di San Francesco a Gualdo Tadino come cornice della mostra non è casuale. Costruita tra XIII e XIV secolo e consacrata nel 1315, questa chiesa racconta un’epoca in cui l’immagine sacra aveva una funzione precisa: narrare, conservare e far rivivere la memoria religiosa attraverso un linguaggio condiviso. L’arte medievale e gotica esprimeva il divino con simboli e storie riconoscibili da tutti. Portare qui opere contemporanee significa metterle alla prova con un linguaggio antico e un forte valore simbolico. Il confronto con i capolavori storici mette in evidenza la frattura che il tempo ha prodotto: oggi l’artista non ha più un “codice” certo, ma si muove in un’epoca dove il rapporto tra visibile e invisibile è complesso e la fede si esprime con una lingua incerta. L’arte contemporanea non si limita a illustrare il sacro, ma ne indaga le molteplici, a volte contraddittorie, sfumature. Questo dialogo tra passato e presente trasforma la chiesa in un luogo di riflessione, dove il senso delle immagini sacre si fa meno scontato.

Rinuncia estrema e corpo vulnerabile

La mostra raccoglie le opere di ventotto artisti che si misurano con temi fondamentali legati all’esperienza di Francesco: povertà, fraternità, rinuncia, stigmate. Spoliazione, nudità, ferita diventano metafore forti, non semplici estetiche della semplicità, ma gesti radicali di sospensione e perdita. Francesco rinunciò non solo ai beni materiali, ma a tutto ciò che definisce e classifica una persona nella società: possesso, rango, appartenenza. Lasciare tutto era un atto di rottura contro un sistema che misura l’identità attraverso ciò che si possiede. La vulnerabilità del corpo è al centro delle opere di artisti come John Kirby, Elena Castiglia e Marco Chiucchiarelli, che raccontano un’umanità fragile ma ostinata. La carne ferita, in alcuni lavori, non rappresenta solo la sofferenza spirituale, ma si fa presenza fisica concreta, capace di aprire domande sulla condizione umana. La mostra esplora anche l’intimità del sacro e quel confine sottile tra contemplazione e dissoluzione, temi indagati da Alberto Mingotti, Alberto Gálvez e Lorenzo Bonechi, che scavano nella figura umana nelle sue sfumature più elusive e inquietanti.

Arte e sacro oggi: tra immagine e senso

Il nodo centrale del progetto è il rapporto tra arte e sacro nell’epoca dell’invasione visiva. Pittura, scultura e fotografia si oppongono alla velocità e alla quantità delle immagini contemporanee offrendo materia, durata e presenza. Ma la sfida va oltre: cosa chiediamo oggi all’arte, in un mondo dove creare immagini è facile e immediato? Gli artisti chiamati a confrontarsi con Francesco spingono oltre la semplice rappresentazione, cercano di custodire ciò che non si può mostrare pienamente. La natura e il creato, per esempio, sono protagonisti nelle opere di Felipe Cardeña e Carlos Forns Bada. La loro visione supera l’idea di ecologia come semplice protezione, riconoscendo nel mondo naturale una fraternità che non mette l’uomo al centro, ma nega ogni gerarchia assoluta. Così Francesco emerge non solo come simbolo di rinuncia, ma come figura che mette in discussione il rapporto dell’uomo con il vivente, smontando categorie antropocentriche.

Le stigmate: dove materia e trascendenza si toccano

L’esplorazione delle stigmate è uno dei momenti più intensi e complessi della mostra. Artisti come Lithian Ricci, Gianluca Martucci e Marta Malangone affrontano questo tema con approcci diversi, mostrando come la separazione tra corpo e spirito si annulli. Le ferite non sono solo simboli della mistica francescana, ma eventi corporei reali in cui il divino si manifesta senza cancellare la finitezza della carne, anzi segnandola profondamente. Questa visione si collega al tema della morte, presente nelle opere di Stefano Di Stasio, Marcello Pezza e altri. Oggi il corpo è spesso esposto e osservato con ossessione, ma la sua realtà finita viene spesso nascosta o negata nel discorso pubblico e artistico. La morte si moltiplica come immagine, più che come esperienza vissuta, creando una tensione cruciale su cui si fonda buona parte della ricerca artistica contemporanea sul sacro.

La mostra “Lo spirito di Francesco” non è solo una celebrazione di un anniversario. È una sfida alla familiarità con cui spesso si racconta il santo, cercando di restituire la sua estraneità e il suo scontro con il mondo. Francesco non è un’icona di consenso, ma un uomo che ha scelto di vivere in conflitto con i valori dominanti della proprietà, della gerarchia e della forza. Nel cuore di questa esposizione non c’è la domanda se Francesco appartenga al presente, ma quanto il presente sia disposto ad accogliere il suo spirito, con tutta la sua complessità e il suo scandalo.

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