Nello studio di Emanuele Moretti, a Avezzano, la tela prende vita tra strati di colore e materia palpabile. Nato nel 1988, Moretti è uno dei tanti giovani artisti italiani che rifiutano l’idea che la pittura sia un’arte superata. Con mani esperte e una passione concreta, questi creativi intrecciano passato e presente, sfidando la stabilità delle immagini che ci circondano. La loro arte non è solo rappresentazione, ma una continua trasformazione, un gioco sottile tra memoria e dissolvenza, dove la materia stessa diventa protagonista.
Emanuele Moretti definisce la sua pittura come un gioco di equilibrio tra figurazione e dissolvenza. Le superfici dei suoi quadri sono costruite con cura, cercando di far emergere un’immagine che è presente ma sfugge, come se si mostrasse e poi si nascondesse. Il suo lavoro sembra registrare il tempo che passa e il ricordo che si fa più o meno nitido. Per lui, la pittura non è solo rappresentazione: è un luogo dove si sedimentano gesti e materiali, dove ciò che vediamo convive con ciò che resta nascosto.
Il suo modo di lavorare nasce da un’intuizione personale diventata poi un linguaggio capace di tenere insieme tempo, materia e gesto. Moretti ama operare su superfici in cui colore e materia si intrecciano in un equilibrio sempre precario, fatto di controllo e abbandono del pennello che si alternano e contaminano a vicenda. In questo dialogo con la materia pittorica, le forme non sono mai ferme, ma si sviluppano continuamente, restando aperte a nuove interpretazioni.
Nel suo percorso, Moretti si ispira a grandi nomi come Francisco Goya ed Édouard Manet, artisti capaci di mettere in crisi i limiti dell’immagine stessa. Anche Gerhard Richter rappresenta un punto di riferimento per la sua riflessione sull’instabilità e la fluidità della pittura. Nel panorama italiano contemporaneo, il suo lavoro dialoga con le poetiche di Pier Paolo Calzolari, Mimmo Paladino e Anselm Kiefer, tutti artisti che hanno usato la materia non solo come elemento visivo, ma come portatrice di memoria e fragilità.
Moretti segue con interesse anche artisti contemporanei come Marlene Dumas e Adrian Ghenie, soprattutto per le loro ricerche sull’ambiguità dell’immagine e sul rapporto tra controllo e perdita di controllo. Allo stesso tempo, osserva le ricerche emergenti che tengono viva la pittura come campo in continua trasformazione. I suoi riferimenti non si fermano alla pittura: trae ispirazione anche da cinema, fotografia e letteratura, con uno sguardo particolare alla fenomenologia della percezione, focalizzandosi su un “vedere incarnato”, mai del tutto oggettivo.
Al centro del lavoro di Moretti ci sono temi come memoria, identità e percezione. La memoria è vista come una stratificazione, un processo non lineare che va contro la superficialità e la velocità dell’immagine contemporanea. La pittura diventa così un luogo dove queste stratificazioni si intrecciano, si sovrappongono e si trasformano.
La materia ha un ruolo fondamentale: è un elemento che resiste e dialoga con l’artista. Il colore serve a costruire superfici vive, mentre la composizione cerca un equilibrio tra ordine e caos. Moretti si interessa soprattutto a quel momento preciso in cui il controllo dell’artista si perde e la materia prende vita propria, opponendo una resistenza che rivela la complessità dell’immagine finale.
Il suo processo creativo si basa soprattutto su tecniche tradizionali come olio e resina su tela, ma non disdegna l’uso di strumenti digitali. Questi ultimi servono soprattutto come archivi visivi o spunti di partenza, senza però intaccare la fase della realizzazione materiale, che per lui resta imprescindibile.
L’esperienza personale di Moretti si intreccia continuamente con quella collettiva. Le sue opere superano la singola prospettiva per aprirsi a una risonanza più ampia. I suoi lavori vogliono essere spazi aperti, dove si creano tensioni tra memoria e contemporaneità, in un contesto culturale che non ignora le pressioni sociali, ma le fa da sfondo, a volte in modo sotterraneo.
Moretti sottolinea come il valore di un’opera cambi molto in un allestimento collettivo: mostre come Ensemble mettono in moto un dialogo tra lavori diversi, facendo emergere nuovi aspetti e ampliando il senso complessivo. Questo modo di lavorare rende il suo lavoro più dinamico e inserito in un discorso più ampio, lontano da una visione chiusa o isolata.
Il momento decisivo nella creazione di un’opera è quello in cui l’immagine sfugge al controllo totale dell’artista: è lì che nasce un vero dialogo con la materia, intesa come un equilibrio instabile, che lascia il lavoro aperto a possibili sviluppi e a interpretazioni multiple.
In un’epoca dominata dal digitale e dalla velocità, Moretti sceglie la pittura come forma di resistenza. Il tempo del dipingere è lento, denso di stratificazioni e pause, in netto contrasto con la fugacità delle immagini contemporanee. La pittura diventa uno spazio di concentrazione e riflessione, dove memoria e percezione hanno modo di sedimentarsi più a fondo.
Questa scelta significa anche allontanarsi dal solo virtuale, per tornare a un incontro diretto e materiale con i mezzi espressivi. Moretti attribuisce a materia e gesto il potere di trasmettere significati che sfuggono a qualunque tecnologia digitale, confermando così la pittura come mezzo autonomo e vivo.
La sua ricerca dimostra come, nonostante i cambiamenti culturali e tecnologici, il linguaggio pittorico continui a rinnovarsi, raccontando inquietudini e complessità del presente, senza rinunciare alla sua specificità storica e culturale.
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