“Fragilità” è la parola che risuona più forte tra le vie di Savona in queste settimane. Il festival Connexxion, giunto alla sua quarta edizione, ha trasformato la città in un palcoscenico vivo, dove arte e comunità si intrecciano senza barriere. Mostre, installazioni, performance: non sono semplici eventi, ma incontri che abitano spazi storici e angoli meno convenzionali, come l’ex Carcere di Sant’Agostino, quest’anno con la partecipazione della RSA Santuario. Qui, tra memoria e presente, si apre un dialogo autentico sulla fragilità umana e la forza della condivisione. Camminando tra la Pinacoteca Civica e Villa Cambiaso, si percepisce un’energia nuova, fatta di storie che si intrecciano e si fanno spazio nella città.
Festival diffuso: quando l’arte invade la città
Connexxion 2026 cambia le regole del gioco tra arte contemporanea e territorio, portando l’arte fuori dai suoi spazi tradizionali. Da sedi istituzionali come la Pinacoteca Civica e Villa Cambiaso, fino all’ex Carcere di Sant’Agostino, chiuso dal 2024 ma ora di nuovo protagonista, il festival si insinua anche in luoghi quotidiani e delicati come la RSA Santuario. Questi spazi così diversi diventano tappe di un percorso che racconta Savona da punti di vista inediti, ricucendo il filo tra passato e presente.
L’idea di Livia Savorelli, curatrice del festival, è semplice: l’arte deve scendere in strada, raggiungere la gente, coinvolgere anche chi non frequenta abitualmente il contemporaneo. Non si tratta di “piazzare” opere a caso, ma di costruire un dialogo vero tra memoria collettiva e creatività attuale, cambiando lo sguardo sulla città.
Elegia della fragilità: la vulnerabilità come forza
“Elegia della fragilità” è il titolo scelto per questa edizione. Un tema che invita a guardare la fragilità non come debolezza, ma come una condizione umana da cui partire per ritrovare legami autentici. È una risposta poetica e critica a un presente segnato da crisi sociali, politiche e sanitarie. Qui emerge la “forza dell’amore” contro il rumore e la fretta dei nostri tempi, contro l’indifferenza e l’esclusione.
Il festival mette la persona e le sue fragilità al centro, senza scadere nel pietismo, ma con empatia e attenzione. Livia Savorelli parla di un “inno malinconico ma resiliente”, dove svelare la fragilità diventa occasione di cambiamento. Un esempio su tutti è l’opera Moire di Martina Fontana, nata insieme agli ospiti della RSA Santuario: un progetto partecipativo che porta la vulnerabilità al centro del dialogo artistico e sociale.
Tecnologia e isolamento: il rovescio digitale
Un altro tema forte di Connexxion 2026 è il rapporto tra tecnologia, cybercultura e fragilità. La rivoluzione digitale ha moltiplicato le connessioni, ma ha anche aumentato isolamento e dipendenze. Questo paradosso attraversa molte opere e incontri del festival.
Si parte dal libro “Teoria della Fragilità” di Roberto Gramiccia, pubblicato quest’anno, che mette in relazione tecnologia, capitalismo cognitivo e cybercapitalismo. Connexxion affronta la questione con talk, workshop e opere che usano la tecnologia in modo critico, non celebrativo. “The Algorithm Creed” di Matteo Mandelli, alla Pinacoteca Civica, è un confessionale digitale che spinge a riflettere sull’algoritmo che ci guida. Altre installazioni, come “Vainglory” di Max Magaldi nell’ex Carcere di Sant’Agostino, o la performance “The Contact”, che dialoga con Lucio Fontana, aggiungono spessore al tema.
La parte didattica non manca, con laboratori nelle scuole come “IO DIGITALE / IO REALE” di Max Magaldi al Liceo Classico Chiabrera-Martini, che mette a confronto identità virtuale e reale. Tra rischi di alienazione e potenzialità di narrazione, il festival disegna un quadro complesso del digitale nel contemporaneo.
Comunità e memoria: l’arte che coinvolge
Uno dei punti di forza di questa edizione è il coinvolgimento diretto di cittadini e comunità. Connexxion si intreccia con la vita di Savona grazie a progetti nati da incontri e scambi con gli abitanti. Il laboratorio Moire alla RSA Santuario ha visto protagonisti gli ospiti della struttura, con un lavoro condiviso che ha preso casa prima nella residenza per anziani e poi in Pinacoteca Civica.
Anche “Le Luci di Zinöa” di Francesca Catellani nasce da anni di interviste e dialoghi con i residenti del quartiere Zinola. Attraverso podcast, video e audio, restituisce voci e storie che raccontano il quartiere, alimentando senso di appartenenza e confronto sulle trasformazioni in corso.
Questi progetti sono un impegno concreto a far crescere la partecipazione come motore di cambiamento culturale. Far diventare protagonisti i cittadini significa rafforzare il legame tra arte e comunità, valorizzando la memoria storica, personale e collettiva.
Pubblico e sfide: la crescita di un festival che vuole restare in città
Con la chiusura della quarta edizione, si vede quanto Connexxion abbia costruito un rapporto solido con Savona. La curatrice Savorelli nota come il legame con il pubblico si faccia ogni anno più stretto. Molti visitatori tornano con entusiasmo, affezionati alle passate edizioni e desiderosi di approfondire.
Portare l’arte contemporanea in spazi non convenzionali è una sfida che richiede tempo e dedizione. Non si tratta solo di esposizioni, ma di creare ponti tra artisti, luoghi e persone. Le conversazioni e gli incontri durante il festival hanno mostrato un interesse sincero, con riflessioni e confronti che a volte arrivano a toccare corde emotive profonde.
Connexxion si conferma così un viaggio a tappe, un’esperienza che si radica nell’identità di Savona e si apre come uno spazio vivo di indagine e condivisione. La complessità dell’organizzazione si traduce in una ricchezza che va oltre i circuiti museali tradizionali, offrendo una visione innovativa e inclusiva dell’arte contemporanea.
