Nella galleria A plus A di Venezia, dieci artisti danno vita a un dialogo intenso tra uomo e natura. Tra forme ibride, video vibranti e sculture in ceramica, emerge un’urgenza: ripensare il nostro rapporto con il mondo che ci circonda. Per troppo tempo, l’essere umano ha dominato la terra come un sovrano incontrastato. Qui, invece, viene ricordato come parte di un sistema condiviso con molte altre specie. Il titolo della mostra, We All Needed the Same Sun, non lascia spazio a dubbi: quel sole, fonte di vita per tutti, è il simbolo di una connessione profonda e necessaria. Zoomorfie, archivi sospesi nel tempo, immagini che sembrano rallentare il battito del mondo… tutto serve a interrogare il ruolo — ancora irrisolto — che occupiamo sul pianeta.
Varcata la soglia della galleria, la prima cosa che colpisce sono le opere di Matilde Sambo, artista veneziana che mescola umano e animale in forme ibride. Le sue sculture cancellano i confini netti tra specie e identità, sfidando l’idea di una divisione chiara tra uomo e natura. Tra queste presenze ambigue, la lucertola torna spesso: un richiamo al filo evolutivo che ci lega agli antenati e mette in discussione la presunta superiorità umana.
Con le sue opere, Sambo mette in discussione l’evoluzione vista come scala gerarchica e lineare. Piuttosto, mostra un ecosistema dove specie diverse condividono un destino comune, influenzandosi a vicenda. Le sculture sono accompagnate da un trittico di disegni che approfondisce questa visione: un mondo vivo, in continuo cambiamento e strettamente connesso.
Dal dialogo tra specie si passa a una riflessione più ampia: come ordiniamo e capiamo la natura? Simone Carraro affronta il tema con un’installazione pensata per la laguna veneta. Al centro del suo lavoro c’è l’archivio, strumento che l’uomo usa per mettere ordine nel caos. Ma qui quell’archivio si trasforma in una critica al tentativo stesso di catalogare il vivente.
L’installazione di Carraro non è un semplice deposito di dati, ma una macchina che mostra i limiti del nostro approccio: la natura resta sfuggente, sempre in movimento, impossibile da incasellare in schemi rigidi. Tra materiali e spazi, l’opera evidenzia come il sistema umano di classificazione spesso cancelli la complessità e la vitalità degli ecosistemi. La laguna di Venezia diventa così simbolo di un luogo dove natura e presenza umana convivono, a volte in conflitto.
Il rapporto uomo-natura si fa carne e sentimento nel video di Jonathas de Andrade, artista brasiliano noto anche per la Biennale del 2022. Il filmato mostra pescatori della costa nord-orientale del Brasile che, prima di uccidere il pesce, lo stringono a sé in un abbraccio quasi sacro. Un gesto che rompe la tradizionale distanza tra predatore e preda.
Questa scena mette in luce un aspetto spesso dimenticato: il rispetto e il riconoscimento reciproco nel rapporto con la natura. Il silenzio e la gestualità raccontano un modo diverso di vivere la pesca, non solo come sfruttamento ma come incontro umano profondo.
Dalla costa brasiliana ci spostiamo ai piani alti della galleria, dove il video di Glenda León crea un’atmosfera sospesa e meditativa. Qui il movimento è quasi impercettibile, il respiro della natura diventa protagonista in un lento invito all’ascolto.
Il filmato spinge lo spettatore a rallentare, cercando quel ritmo condiviso che lega l’uomo al respiro del pianeta. Non si tratta solo di guardare la natura da fuori, ma di sentirne la vitalità profonda, una pulsazione che attraversa tutto ciò che vive. Un’esperienza che trasforma la natura da elemento distante a presenza immersiva.
Le sculture di Anna Marzuttini portano un’altra chiave di lettura. I suoi funghi in ceramica crescono nelle stanze della galleria come un’invasione silenziosa e continua, a ricordarci che la natura non si lascia rinchiudere negli spazi costruiti dall’uomo.
Un’idea simile emerge nell’opera fotografica di Clelia Cadamuro: un albero che sembra prendere possesso dello spazio architettonico, capovolgendo la prospettiva. Qui la natura non è più marginale o addomesticata, ma una presenza forte che mette in discussione il dominio umano. Entrambe le opere parlano della resilienza e della capacità di adattamento della natura.
La scultura di Sebastiano Zafonte fa da contrappunto con un messaggio chiaro e diretto. Il suo nido, fatto interamente di sigarette, mostra il danno ambientale causato dai piccoli gesti quotidiani. Il contrasto tra la fragilità del nido e la tossicità delle sigarette parla di un impatto profondo e pericoloso.
L’opera ci spinge a riflettere sul nostro consumo e sul modo in cui viviamo il rapporto con l’ambiente. Uomini, piante e animali condividono le stesse risorse, a partire dal sole. Usarle senza limiti mette a rischio la sopravvivenza di tutti.
Da Venezia arriva così un messaggio urgente, declinato attraverso le diverse voci dei dieci artisti coinvolti dalla School for Curatorial Studies. We All Needed the Same Sun non è solo un percorso estetico, ma un invito a cambiare prospettiva sul nostro ruolo nel mondo.
L’uomo non è più il protagonista assoluto, ma parte di un sistema fragile e complesso. Ogni opera apre finestre su relazioni e interdipendenze tra specie diverse, sulle tensioni tra dominio e armonia, sfruttamento e rispetto. Sotto lo stesso sole si intrecciano vite che non possono vivere separate senza pagare un prezzo alto. Venezia conferma così la sua vocazione di spazio aperto a un dibattito che riguarda la cultura e il futuro del pianeta.
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