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A Venezia l’Apocalisse secondo Giuseppe Di Liberto: l’attesa della dissoluzione tra arte e visioni storiche

Redazione 27 Agosto 2026

A Venezia, città che sembra sempre sul punto di cedere al mare, il tempo si dilata in un’attesa carica di tensione. Nessun boato, nessun lampo: solo un silenzio che pesa come una minaccia invisibile. Giuseppe Di Liberto, giovane artista palermitano formatosi tra calli e canali, ha scelto questo scenario fragile per la sua mostra “Per sempre, fino alla fine” alla Project Room di Ca’ Pesaro. Qui, la fine non esplode in un’apocalisse rumorosa. È un lento disfacimento, un crepuscolo prolungato che si insinua tra materia e ricordo, dove ogni istante sembra già segnato da un destino inesorabile.

Venezia e la fine che non esplode: il progetto tra memoria e contesto

L’installazione di Di Liberto fa parte del ciclo “Polifonie italiane”, promosso dall’Università Iuav di Venezia per dare spazio alle pratiche artistiche emergenti. Curata da Marta Cereda e Giulia Mariachiara Galiano, la mostra invita a guardare oltre la classica immagine dell’apocalisse come evento improvviso. Qui la fine è una condizione permanente, uno stare sospesi tra il presente e la dissoluzione.

Venezia diventa simbolo e modello universale. La città, da sempre minacciata dall’acqua e dal tempo, incarna questo fragile equilibrio. Il lavoro di Di Liberto non è solo una riflessione astratta, ma si fa concreto nello spazio, trasformando Ca’ Pesaro in un luogo che coinvolge i sensi e le emozioni. L’opera dialoga con il territorio, la sua storia e le sue esperienze artistiche passate, chiedendo al visitatore di partecipare non solo con gli occhi ma anche con il tatto.

Calcestruzzo e sparizioni: la scultura che sfugge allo sguardo

Al centro della sala domina un grande blocco di calcestruzzo, una materia dura e silenziosa che però ogni tanto cambia aspetto. A intervalli regolari una nebulizzazione d’acqua lo bagna, facendo apparire sulla superficie opaca un’immagine ispirata alla tradizione tipografica veneziana del Quattrocento, arricchita da memorie d’archivio. Questo piccolo cameo, incorniciato da motivi floreali, emerge e svanisce rapidamente mentre il cemento si asciuga, come se non potesse restare fermo nella sua forma.

Questo gioco di apparizione e sparizione crea un rito visivo e tattile che racconta la fragilità stessa dell’immagine, destinata a perdersi nel momento in cui si mostra. La scelta del materiale e del gesto evocano la vulnerabilità della memoria e del tempo, un tema che risuona con la storia di Venezia, città sempre esposta alla forza della natura e al degrado. Il tempo diventa materia liquida, trasformando il calcestruzzo in uno spazio di tensione sospesa e continua trasformazione.

Il profumo dell’apocalisse: un’esperienza che coinvolge tutti i sensi

L’installazione “Per sempre, fino alla fine” non si limita alla vista. L’aria si riempie di un profumo intenso e denso, creato in esclusiva da Alessandra Avanzi. La fragranza richiama odori di carbone, legno bruciato e cenere, estendendo il senso di rovina e distruzione anche all’olfatto. Così l’ambiente diventa immersivo, quasi opprimente, e lo spettatore non può sfuggire alla sensazione di essere sospeso in un tempo e in uno spazio segnati dall’imminenza della fine.

Questo elemento olfattivo prolunga la riflessione oltre ciò che si vede, facendo percepire la dimensione di maceria e minaccia che attraversa tutto il progetto. L’odore si lega alla scultura e alla storia che racconta, creando una narrazione stratificata e multisensoriale, rara nel panorama contemporaneo. Insieme, questi elementi formano una potente metafora della dissoluzione e del tempo che lascia il segno sulle cose.

Giuseppe Di Liberto: un talento che parla con la materia

Nato nel 1996, Giuseppe Di Liberto è una delle voci più interessanti dell’arte visiva italiana degli ultimi anni. Formatosi a Venezia e con esperienze di residenza in Italia e Spagna, ha ottenuto un riconoscimento importante vincendo il Piano per l’Arte Contemporanea nel 2025. Con “Per sempre, fino alla fine” conferma una maturità concettuale che fa parlare la materia pesante in modo nuovo, trasformandola in uno strumento per esplorare il tempo e l’esperienza umana.

Il suo lavoro si distingue per la capacità di giocare con forme, superfici e sensi, mantenendo un equilibrio tra intensità emotiva e rigore intellettuale. Questa mostra a Venezia segna una tappa importante, rafforzando la sua presenza nel panorama contemporaneo e invitando a riflettere su come diamo forma alle nostre paure e attese più profonde, senza spettacoli drammatici ma con un linguaggio sottile e stratificato.

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