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Egeon trasforma cappella abbandonata in Alto Adige con radici nere: arte urbana tra natura e tempo

A Vadena, tra i vigneti che si stendono silenziosi sotto il cielo altoatesino, una vecchia cappella si è risvegliata. Non con il suono di campane o con canti, ma attraverso linee nere che si intrecciano sulle sue mura come radici invisibili. Non è un semplice restauro, né un ritorno alla funzione religiosa: è l’opera di Egeon, artista che da tempo indaga i misteri delle rizomorfe, quei filamenti sotterranei dei funghi che connettono la terra in modo invisibile ma vitale. L’intervento, previsto per settembre 2026, gioca con la memoria del luogo e con la natura che lentamente reclama il suo spazio, tracciando un dialogo tra passato e presente, tra uomo e ambiente.

La cappella di Maria Ausiliatrice a Piccolongo, un luogo segnato dall’incuria

L’ex cappella dedicata a Maria Ausiliatrice si trova nella frazione di Piccolongo, nel comune di Vadena, provincia di Bolzano. Ricostruita negli anni Cinquanta su una struttura originale del XVII secolo, si trova su terreno privato vicino alla pianura attraversata dal fiume Adige e non lontano dall’Autostrada del Brennero. A differenza delle solite chiesette alpine tenute con cura, qui il tempo e l’incuria hanno lasciato il segno. Pareti scrostate, banchi consumati, tendaggi logori e foglietti liturgici abbandonati raccontano una storia di vita passata e lento declino. Gli interventi fatti, come il laminato che ricopre l’altare risalente agli anni Cinquanta, non hanno fermato la chiusura progressiva del luogo.

Entrare nella cappella significa immergersi in una dimensione sospesa, un punto d’incontro tra passato e futuro. Ed è proprio questa atmosfera fragile che ha attratto Egeon, chiamato a dialogare con un contesto segnato dal tempo. Qui l’opera prende vita senza forzare, aderendo alla realtà materiale del luogo e catturando il passare degli anni in segni tangibili.

Il segno delle rizomorfe: un racconto di arte e memoria

L’intervento di Egeon parte da un piccolo nucleo circolare nell’abside della cappella, da cui si dipanano linee nere che si estendono sulle pareti scrostate, le volte antiche, i pilastri e le cornici rovinate. Non è un semplice decoro, ma una riproduzione ispirata alle rizomorfe, quei filamenti simili a radici che i funghi usano per diffondersi nel terreno. Questi filamenti rappresentano un lato nascosto della natura, che l’artista ha voluto portare alla luce con un linguaggio visivo che richiama le connessioni sotterranee e invisibili della terra.

L’artista ha tratto spunto dagli studi della biologa forestale Suzanne Simard, che ha dimostrato come alberi e funghi siano collegati da una rete sotterranea che scambia nutrienti e informazioni. Ma alcune rizomorfe possono anche essere pericolose, come Armillaria mellea, un fungo che attacca gli alberi dall’interno, portandoli alla morte. Questa doppia natura – forza vitale e distruzione – ha offerto a Egeon una potente metafora per riflettere su memoria e tempo.

Con questo linguaggio fatto di segni, l’artista racconta la storia del luogo, fatta di presenza e assenza, rigenerazione e degrado. Le linee nere sono tracciate a mano, con pennello e rullo, e si intrecciano con le superfici in modo che siano le stesse architetture a dettare il ritmo visivo, evitando forme forzate o artificiali.

Quando l’arte abbraccia l’abbandono e la natura

L’opera non nasconde l’abbandono della cappella, anzi lo esalta, rendendolo parte integrante del lavoro artistico. Le trame nere si snodano intorno a crepe, intonaci danneggiati e interruttori, che sembrano prendere vita. La natura si insinua ovunque: rondini costruiscono nidi sulle statue e sulle cornici, l’edera penetra rompendo vetri rotti, piccoli animali vivono l’interno. Questa convivenza tra elementi naturali e segni visivi crea un rapporto dinamico che cambia col tempo.

La trasformazione è parte stessa dell’opera, che è destinata a deteriorarsi. Il disegno si consumerà, lasciando emergere ancor di più il passare degli anni e il lavoro incessante della natura. Prevedibili mutamenti segneranno questo processo, fino a quando resteranno solo fotografie e il ricordo di chi ha visitato la cappella. Non è solo un momento artistico, ma una testimonianza fragile tra permanenza e dissoluzione.

Egeon e la sua sfida all’arte urbana “addomesticata”

Il progetto di Vadena si inserisce in un percorso iniziato da Egeon nel 2022, con oltre trenta interventi in Italia, Slovenia, Stati Uniti e Isole Faroe. Tutti legati da un linguaggio comune, ispirato alle rizomorfe, con l’obiettivo di esplorare il rapporto tra natura, memoria e tempo.

Nel tempo, l’artista ha collaborato con istituzioni come l’Orto Botanico di Roma, la FAO, il Politecnico di Milano, il Comune di Seattle e la Società Trasporti Alto Adige. Le sue opere sono state esposte in spazi di rilievo, come Museion e altre sedi dedicate all’arte contemporanea. Nel 2026 è prevista una sua mostra personale allo SAC – Spazio Arte Contemporanea di Robecchetto con Induno, vicino a Milano, che approfondirà il tema delle rizomorfe su un piano più personale, indagando il legame tra ricordo, paesaggio e cambiamento.

Egeon si distingue per una critica netta verso l’arte urbana “addomesticata”, spesso piegata a scopi pubblicitari o celebrativi, che tende a essere visivamente rassicurante. Lui preferisce un’estetica essenziale, fatta di segni neri, ruvidi e “scomodi”, realizzati in spazi abbandonati. Il suo lavoro non vuole abbellire, ma scuotere, portando alla luce ciò che i luoghi dismessi custodiscono ancora in termini di memoria e trasformazione.

Redazione

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