A Quito, tra le vette delle Ande, si respira un’aria di attesa e tensione. Il Museo Nazionale dell’Ecuador, il MUNA, sta per avere una nuova casa, un edificio che dovrebbe raccontare la storia del Paese in modo finalmente all’altezza. Cinquant’anni dopo la sua fondazione, però, questo traguardo è tutt’altro che lineare. Concorsi annullati, polemiche che infiammano piazze e uffici, dimissioni eccellenti: dietro le quinte di questo progetto si nasconde un vero e proprio terremoto. La scelta del celebre studio giapponese SANAA ha acceso dibattiti accesi, facendo del MUNA un caso simbolo più che un semplice museo.
Il Museo Nazionale dell’Ecuador nasce nel 1969 con una collezione straordinaria che copre oltre 12mila anni di storia. Dai reperti precolombiani alle opere coloniali, fino all’arte moderna e contemporanea, il patrimonio conta circa 1,2 milioni di pezzi. Eppure, finora non ha mai avuto una casa fatta apposta per lui. Oggi si trova in una parte della Casa de la Cultura Ecuatoriana, un edificio polifunzionale che limita molto gli spazi per esposizioni e conservazione.
Questa mancanza ha rallentato la possibilità di mostrare davvero al pubblico la ricchezza delle collezioni. Gran parte dei reperti resta chiusa nei magazzini, non valorizzata. I locali attuali presentano problemi strutturali, mancano impianti adeguati per la conservazione e gli spazi espositivi sono troppo piccoli e poco funzionali. Per questo costruire una nuova sede non è solo una questione di prestigio, ma una necessità urgente per proteggere e dare valore alla cultura nazionale.
Dopo un percorso a ostacoli, la scelta è ricaduta su Living Strata, progetto guidato dallo studio giapponese SANAA insieme a Caá Porá Arquitectura, Estudio A0, Jerome Haferd Studio e Taller Capital Landscape. L’idea vede il museo come un insieme di livelli sovrapposti che intrecciano paesaggio, memoria e cultura. Giardini e terrazze si fondono simbolicamente con il vicino Parco La Carolina, entrando dentro l’edificio.
Un richiamo forte alle forme circolari, che rimandano agli spazi comunitari ancestrali delle popolazioni indigene ecuadoriane. Il progetto punta a creare un volume leggero e trasparente, capace di far dialogare interno ed esterno, presente e passato. Il museo non sarà solo un deposito di oggetti, ma un luogo vivo, permeabile, in connessione con la città e la natura. Con i suoi 36mila metri quadrati e un investimento di circa cento milioni di dollari, Living Strata promette spazi espositivi moderni e una conservazione all’altezza del patrimonio.
Il cammino per scegliere Living Strata non è stato lineare. Il 6 luglio 2024 la giuria internazionale aveva premiato un altro progetto: Ecos del sol, firmato dallo studio spagnolo Estudio Campo Baeza con il collettivo ecuadoriano Maoda. Ecos del sol proponeva un’architettura brutalista in calcestruzzo, con cortili ampi e grandi vuoti per filtrare la luce naturale negli spazi espositivi.
La scelta ha scatenato subito un’ondata di reazioni sui social e un’intensa polemica politica. Il 9 luglio la viceministra della Cultura, Romina Muñoz, che faceva parte della giuria e sosteneva Ecos del sol, è stata costretta a dimettersi su ordine del ministro Gilda Alcívar. Il giorno dopo, il ministro delle Infrastrutture Roberto Luque ha annullato il risultato, giustificando la decisione con la pressione dell’opinione pubblica.
Così è stato aperto un secondo concorso, con dieci dei diciassette team originali, valutati da una nuova commissione. Una quota del 15% della valutazione è stata affidata a una consultazione online, che ha coinvolto oltre 50mila cittadini. Il 19 luglio Living Strata è stato scelto come vincitore, superando il progetto inizialmente premiato.
La riapertura del concorso ha sollevato critiche dure da parte degli esperti e degli studi coinvolti. Estudio Campo Baeza e Maoda hanno fatto notare che il regolamento stabiliva che la decisione della giuria fosse definitiva, e hanno accusato la nuova scelta di minare la trasparenza e l’onestà del processo. Alcuni partecipanti, come Endara Arquitectos, hanno deciso di ritirarsi, denunciando anche attacchi online contro chi sosteneva la prima decisione.
La tensione ha portato alle dimissioni dell’archeologo Carlos Montalvo, direttore del MUNA e membro senza diritto di voto della prima giuria. Montalvo ha definito la sua uscita irrevocabile, aggiungendo un altro capitolo alla crisi che ha investito questa vicenda.
Sul piano tecnico il dibattito resta acceso. Alejandro Zaera-Polo, architetto e giurato della prima selezione, ha difeso Ecos del sol per la sua flessibilità museografica, la migliore resistenza all’umidità e la rapidità di costruzione. Ha però messo in discussione alcuni aspetti del progetto SANAA, come la stabilità delle ampie superfici vetrate, la gestione degli spazi interni per i depositi e la complessità costruttiva.
Da parte sua, il governo ecuadoriano ha sottolineato che la prima decisione non aveva valore vincolante e che la nuova procedura ha permesso di allargare il coinvolgimento della comunità. La consultazione pubblica è stata vista come un passo verso una maggiore partecipazione, dando voce a cittadini, appassionati e studiosi su un progetto destinato a diventare uno dei simboli culturali più importanti del Paese.
Il museo con la sua nuova sede dovrebbe dunque non solo custodire storia e arte, ma anche rispondere ai limiti strutturali che per troppo tempo hanno frenato la valorizzazione di un patrimonio di enorme importanza. Le tensioni emerse raccontano bene le sfide tra visioni architettoniche, esigenze culturali e aspettative sociali di un Ecuador in rapido cambiamento.
La scelta di Living Strata segna comunque una tappa fondamentale, seppure controversa, nel percorso verso la nuova identità del Museo Nazionale dell’Ecuador a Quito. Nei prossimi anni vedremo se e come questo edificio cambierà il volto culturale e urbano del Paese.
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