Nel 1948, a Cuba, Ana Mendieta inizia un cammino segnato da un dolore profondo: a 12 anni, la separazione dal padre, incarcerato per motivi politici, la costringe a rifugiarsi negli Stati Uniti con la sorella. Lontana da casa, trova nell’arte una voce capace di raccontare ciò che le parole non possono: la connessione viscerale con la terra, la fragilità del corpo umano, e quel legame indissolubile tra natura e identità. La sua vita si spezza bruscamente nel 1985, ma oggi la Tate Modern di Londra riaccende i riflettori su di lei, offrendo uno sguardo intenso su un’opera che parla di radici, memoria e corpo, intrecciati in modo struggente e potente.
Ana Mendieta nasce a Cuba nel 1948 e a soli 12 anni viene mandata negli Stati Uniti, parte dei quattordicimila minori che fuggono dal regime castrista senza i genitori, lasciati indietro per proteggerli. La separazione dalla famiglia segna per sempre la sua esperienza e influenza la sua arte. Dopo un lungo periodo passato tra campi per rifugiati e affidi, riesce a ricostruire un legame familiare, ma il trauma di quella perdita, della solitudine e della discriminazione come migrante resta vivo. Da qui nasce la sua ricerca di radici culturali e identità.
Questa spinta tra esilio e origine diventa il cuore del suo lavoro artistico, che si concentra su tradizioni ancestrali, spiritualità e legame con la natura. Il suo impegno per i diritti delle donne si intreccia con una visione che vede nel corpo femminile uno strumento di resistenza e memoria. Le difficoltà personali e i tempi difficili in cui vive la segnano profondamente, dando vita a un’estetica che unisce memoria e presenza corporea.
Le prime opere esposte alla Tate Modern mostrano la sperimentazione di Mendieta con materiali fragili e deperibili come sabbia, fango e argilla. Qui l’effimero diventa linguaggio: parla di cicli, trasformazioni e fragilità. “Yemaya Gifts” , scultura di sabbia e coralli, richiama le divinità Yoruba, mescolando sacro e terreno.
Le sue Sculture Rupestri, con pochi tratti essenziali, delineano figure femminili stilizzate. Piccoli interventi sul paesaggio o sulla terra che diventano portatori di significato: identità, memoria che resiste al cambiamento ambientale. Molte di queste opere furono realizzate a Cuba negli anni Ottanta e testimoniano un dialogo costante con la natura e la spiritualità.
Il video “Ochún” documenta una sagoma di sabbia risucchiata dal mare sulla costa della Florida: un’immagine breve ma intensa che racconta la lotta tra presenza e assenza, nascita e dissolvenza.
Gran parte della mostra è dedicata al corpo, simbolo che oscilla tra esistenza e sparizione. Le figure femminili appaiono su terra, acqua, rocce, o sono incarnate dalla stessa Mendieta, che si immerge in grotte o fosse naturali, fondendosi con l’ambiente. Questa unione esprime un’identità fragile ma decisa, che dialoga con gli elementi più primitivi.
Il suo uso dell’amatl, una carta tradizionale fatta con la corteccia, crea un ponte tra passato e presente. Durante il soggiorno a Roma nel 1983, disegna su foglie di platano e tiglio, mostrando come la natura diventi strumento e linguaggio. Non è mai uno sfondo, ma un interlocutore vivo.
Tra le opere esposte c’è “La Jungla” , installazione con quattro alberi spogliati e bruciati usando polvere da sparo. L’atmosfera è spettrale e potente: il fuoco simboleggia trasformazione, purificazione e rinascita. In “Rites and Ritual of Initiation” , le impronte di ferro rovente su carta e fibre naturali ribadiscono questo confronto tra corpo ed elemento, tra sacro e profano.
Uno degli spazi più suggestivi è la ricostruzione di una foresta realizzata nel 1978 alla State University di New York. Un bosco apparente fatto di rami malati di quercia, foglie secche, terra e muschio, pensato per coinvolgere i visitatori non solo con la vista, ma anche con l’olfatto. Qui si intrecciano natura e memoria, in un luogo che sembra abbandonato ma è vivo di tracce.
Tra rocce bianche e una sagoma verde di muschio, l’installazione sprigiona un forte impatto emotivo, evocando il legame stretto tra uomo, corpo e ambiente.
I video mostrano il suo lavoro sperimentale: in “Árbol de la Vida” , la sua figura coperta di fango sembra uscire dalla corteccia, cancellando i confini tra corpo umano e natura.
All’esterno della Tate Modern c’è l’installazione “Árbol de la Vida / Mother of All Things”: una rete metallica che sostiene muschio, formando ali di farfalla attorno al tronco di un albero. Un’immagine forte che riassume il rapporto tra vita, natura e trasformazione, temi centrali nel lavoro di Mendieta.
Questa retrospettiva non solo conferma l’importanza della sua arte, ma la porta a un pubblico ampio e moderno, dimostrando come corpo, memoria, natura e rito possano fondersi in un percorso innovativo e intenso. La mostra sarà aperta fino al 17 gennaio 2027, offrendo a chiunque voglia un’occasione rara per confrontarsi con un pensiero ancora oggi potente e attuale.
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