Nel 1958, alla Biennale di Venezia, una scultura di Lucio Fontana gli aprì gli occhi: lo spazio non era più un contenitore passivo, ma un elemento vivo da manipolare. Luciano Fabro raccolse quella sfida e la fece sua, trasformando la scultura in qualcosa da abitare, toccare, sentire. Nato a Torino nel 1936 e cresciuto in Friuli, Fabro arrivò a Milano alla fine degli anni Cinquanta, un crocevia di idee e artisti. Qui incontrò Lucio Fontana e Piero Manzoni, figure che avrebbero segnato il suo percorso. Le sue opere non sono mai solo oggetti da ammirare a distanza: sono spazi da esplorare con il corpo, esperienze che mettono in discussione la percezione stessa.
Nel 1966 nasce In-cubo, una delle opere più emblematiche di Fabro. Un parallelepipedo di tela aperto su un lato, con dimensioni prese direttamente dal suo corpo: altezza pari alla sua statura, larghezza uguale all’apertura delle braccia. Non una scultura da guardare da fuori, ma uno spazio da abitare. Entrarci significa misurare lo spazio con il proprio corpo, sentirlo e percepirlo in modo nuovo. Fabro parlava di una scultura che non ha un ordine di grandezza preciso, che non è solo struttura, ma esperienza. Chi si immerge in In-cubo diventa anche “spettatore di se stesso”, scoprendo nuove dimensioni di percezione, sia fisica che mentale. L’opera abbandona la contemplazione passiva per diventare esperienza attiva e consapevole.
Tra il 1968 e gli anni successivi Fabro realizza la serie delle Italie, opere che riprendono la sagoma dello Stivale italiano usando materiali diversi e spesso provocatori. Vetro, pelliccia, oro, pelle, latta: ogni materiale racconta una storia diversa. Nel 1971, L’Italia d’Oro, capovolta, richiama la crisi politica e sociale di quegli anni, evocando un Paese scomposto, senza più una direzione chiara. Altre opere mostrano un’Italia frammentata, aperta come un portagioie, o addirittura in vendita, come l’installazione a Napoli in piazza del Plebiscito. Fabro non usava parole per parlare di politica, ma la forma stessa diventava un messaggio forte e concreto. La scultura si fa così linguaggio e manifesto silenzioso di riflessione civile.
Un capitolo a parte è la serie dei Piedi, presentata in grande stile alla Biennale di Venezia del 1972. Colonne alte fino al soffitto, realizzate in vetro di Murano e seta shantung, poggiate su basi di marmo, bronzo o vetro. Un contrasto netto tra leggerezza e solidità, trasparenza e peso. La forma ricorda un ibrido tra colonna classica e artiglio mitologico, un’immagine intensa e ambigua. Fabro rompe con l’idea comune dell’Arte Povera, spesso associata a materiali poveri o di recupero: lui sceglie materiali preziosi, intrecciando eleganza e concetto. Con questo gesto corregge un malinteso critico che aveva ristretto troppo il significato di quella corrente artistica.
Negli anni Ottanta Fabro spinge ancora più avanti la sua ricerca con gli Habitat, ambienti scultorei da attraversare, spazi da costruire più che da occupare. Qui la scultura diventa esperienza totale, con lo spazio protagonista assoluto. Nel 2026 una grande retrospettiva al Pirelli HangarBicocca di Milano riunirà queste opere site-specific. L’edificio, con le sue navate alte trenta metri e l’atmosfera industriale ancora intatta, sarà la cornice perfetta per questi ambienti. Altezza, vuoto, luce si trasformano in elementi dell’opera stessa. È la prima mostra importante dedicata a Fabro in un museo italiano dopo la sua morte nel 2007, un’occasione per riscoprire un artista che ha continuamente ridefinito i confini della scultura, stimolando riflessioni profonde su corpo, spazio e materia.
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