Roberto Picchi guarda il paesaggio come pochi sanno fare: non come un semplice sfondo, ma come un essere vivo che cambia e respira. Nato nel 1996 a Erba, il suo lavoro si immerge nel continuo dialogo tra natura e tempo. Nei suoi quadri, la tecnica lascia spazio a una ricerca incessante delle forze invisibili che plasmano il mondo intorno a noi, aprendo a riflessioni potenti e inaspettate.
Paesaggio vivente e pittura come archivio di memorie
La pittura di Picchi nasce dall’osservazione diretta, ma non si limita a riprodurre ciò che vede. Cammina, studia, raccoglie impressioni che poi traduce con una tecnica che mescola olio, trementina e vernici antiche. “Attraverso la pittura voglio costruire un archivio visivo stratificato,” dice lui, “dove la materia si fa paesaggio, sedimentazione e memoria.”
Il suo lavoro si sviluppa con sovrapposizioni di velature e segni che sfumano il confine tra pittura e scultura, trasformando la superficie in qualcosa di quasi palpabile. Così emergono elementi invisibili, come i cambiamenti lenti del clima o le tracce dell’intervento umano, e il tempo stesso si fa materia pittorica. La stratificazione diventa allora simbolo di complessità ambientale e memoria collettiva, intrecciando percezione soggettiva e documentazione.
Formazione e riferimenti: tra maestri d’altri tempi e artisti di oggi
La passione di Picchi per la pittura nasce da bambino, quando il disegno era un modo per interpretare la natura. Dopo il liceo artistico e l’Accademia, ha lavorato come assistente di altri pittori, avvicinandosi a un modo di fare arte stratificato e sperimentale.
Nel suo lavoro si riconoscono echi di maestri come Hercules Segers, con le sue rocce immaginarie, o Samuel Birmann, famoso per i dettagli dei ghiacciai, fino a Edward Theodore Compton, capace di restituire l’esperienza delle montagne con immediatezza. L’eredità di impressionismo, macchiaioli e divisionismo si sente nel suo modo di leggere paesaggio e luce.
Tra gli artisti contemporanei, Picchi segue figure come Peter Doig e David Hockney per il paesaggio, Gerhard Richter e Rudolf Stingel per la sperimentazione della materia, e Pierpaolo Campanini o Oscar Giaconia per la ridefinizione dei generi. Nel campo della scultura e delle installazioni, guarda a Olafur Eliasson e Urs Fischer per il loro dialogo con natura, tempo e trasformazioni fisiche.
Cambiamenti climatici e memoria: il cuore del lavoro
Il filo conduttore nella pittura di Picchi è il rapporto tra uomo e ambiente. Le sue opere raccontano la fragilità degli ecosistemi ma anche la loro capacità di resistere, concentrandosi sui segni lasciati dall’attività umana e dalla crisi climatica.
L’artista punta a far riflettere su come il paesaggio cambi nel tempo e su come la nostra idea di natura e memoria influenzi il modo in cui viviamo lo spazio intorno a noi. Stratificazione, sedimentazione e dissoluzione diventano metafore di mutazioni profonde, spesso silenziose, che lui cerca di cogliere.
Così la pittura si trasforma in uno strumento di attenzione, una lente per osservare processi geologici, atmosferici e biologici con un ritmo lento e meditativo, lontano dalla frenesia delle immagini digitali che ci sommergono ogni giorno.
La materia prende vita: un rapporto intimo con la superficie
Nel lavoro di Picchi la materia non è mai un semplice dettaglio decorativo. Ogni strato di colore, ogni velatura, racconta una parte della storia.
Usa materiali tradizionali come olio, trementina veneta e vernice mastice, ma anche supporti insoliti come la carta da guarnizione Flexoid e il legno trattato con cera d’api e paraffina, che danno alle sue opere una qualità quasi organica e scultorea.
Il suo modo di usare il colore è influenzato dal daltonismo, che lo porta a trattarlo non solo come descrizione, ma come elemento autonomo, spesso intuitivo e imprevedibile. Disegno e composizione guidano sempre il lavoro prima del colore, creando la struttura su cui si appoggia l’intera opera.
Tra scienza e riflessione: il lavoro che parla del presente
Il presente, con le sue crisi sociali e ambientali, si fa sentire nel lavoro di Picchi in modo sottile, mai didascalico. La crisi climatica, lo sfruttamento del territorio, il rapporto con le risorse naturali emergono nei dettagli più minuti, come la perdita di un ghiacciaio o i cambiamenti di microrganismi.
Questi elementi si intrecciano con studi scientifici di micologia, climatologia, palinologia e zoologia. Funghi, insetti, pollini e fenomeni minerali entrano nel suo immaginario pittorico, che racconta il tempo geologico e la trasformazione continua della natura.
La sua pittura invita alla contemplazione lenta, un modo di guardare opposto alla sovrabbondanza di immagini digitali, mentre l’uso di archivi storici e fotografici trasforma le opere in un crocevia tra memoria collettiva ed esperienza personale.
Tecnologia e contaminazioni culturali nel processo creativo
La fotografia è uno strumento fondamentale per Picchi nella fase di ricerca: usa il digitale per raccogliere immagini che poi rielabora in pittura.
Non si limita però a copiare, ma ricostruisce, intrecciando passato e presente, memoria e trasformazione ambientale. Il suo lavoro dialoga anche con altri linguaggi, dalla letteratura scientifica alle immagini online, dalla musica al cinema, creando così un quadro complesso e sfaccettato della realtà naturale.
Pittura e comunità: un dialogo tra esperienza personale e collettiva
Nel lavoro di Picchi si mescolano esperienza personale e dimensione collettiva. I temi che affronta sono universali, ma trovano senso nell’osservazione diretta e intima del paesaggio.
Pittura e installazioni diventano così spazi di incontro tra vissuto individuale e memoria condivisa. Il legame con comunità, territori e discipline diverse amplia lo sguardo, dando vita a una riflessione che va oltre il singolo gesto artistico.
Quando un’opera si chiude? Tra controllo e spazio all’imprevisto
Per Picchi, capire quando un’opera è finita non significa chiuderla del tutto. Preferisce uno stato di sospensione, mantenendo un equilibrio tra il controllo dell’immagine e la sua possibile evoluzione.
La stratificazione potrebbe appesantire il lavoro, perciò si ferma quando riesce a mantenere freschezza e vitalità. Restano visibili le tracce del gesto, aperture e spazi non del tutto chiusi, che invitano a nuove interpretazioni da parte di chi guarda.
La pittura oggi: lentezza come resistenza e nuova prospettiva sul contemporaneo
Nel mondo di oggi, la pittura di Picchi si propone come una forma di resistenza alla velocità e alla frammentazione dell’immagine digitale. La lentezza diventa un invito a uno sguardo più profondo e stratificato.
La sua pratica non è isolata, ma fa parte di un sistema più ampio che comprende installazioni e sculture, tre linguaggi che si intrecciano per raccontare la complessità del paesaggio e del tempo che viviamo.
Partecipando a collettive come Ensemble, Picchi amplia il modo in cui si leggono le sue opere, che dialogano con altri linguaggi e visioni, trasformando la percezione individuale in una narrazione collettiva, tra differenze e affinità.
