Una repubblica, se ve la saprete tenere. Le parole di Benjamin Franklin, pronunciate nel 1787, risuonano con forza oggi, a cinquant’anni dal golpe argentino. A Venezia, nello Spazio Punch, la mostra Darkness Visible, curata dal Museo de Arte Moderno di Buenos Aires, mette a nudo quella tensione sottile che tiene insieme società e potere. Non è mai scontato che la democrazia resti intatta: basta poco perché cominci a scricchiolare, a dissolversi nell’ombra. Le opere esposte raccontano non solo un passato doloroso, ma anche le forme di controllo che si celano dietro le pieghe della storia, ancora vive e presenti.
Il golpe del ’76: un monito per il presente
Nel 1976 l’Argentina fu travolta da un colpo di Stato militare che diede il via a una dittatura durata sette anni, segnata da una violenza brutale e dalla sparizione forzata di migliaia di persone. Darkness Visible non si limita a raccontare quel passato, ma usa quella tragedia come lente per guardare al presente, alle sue nuove forme di controllo e repressione. Lo spazio espositivo diventa così una macchina del tempo capace di far emergere ciò che il potere ha tentato di cancellare: memorie, voci, volti che ancora oggi ci mettono in guardia sul rischio di perdere diritti civili conquistati con fatica. Il titolo, ispirato a John Milton e al suo “Paradiso Perduto”, si fa metafora di un luogo dove emergono assenze e silenzi imposti dallo Stato.
Con le opere di diciannove artisti e collettivi di tre generazioni, la mostra scava nelle strutture di potere che hanno generato quel periodo di terrore e che si manifestano ancora oggi, seppur in modi diversi. Non si tratta solo di documentare gli orrori della dittatura, ma di capire come la violenza di Stato si sia trasformata, evolvendosi in nuove strategie di controllo sociale e politico. Il racconto artistico si muove così tra memoria storica e analisi politica, diventando uno strumento critico per leggere le dinamiche attuali.
Eduardo Basualdo: la presenza invisibile dei desaparecidos
Tra i protagonisti, spicca Eduardo Basualdo, capace di rendere visibile ciò che spesso sfugge all’occhio. La sua grande installazione in carta stagnola nera rappresenta la presenza spettrale delle persone scomparse durante la dittatura. Non è solo un simbolo, ma un’esperienza che coinvolge direttamente chi visita, costringendolo a confrontarsi con l’assenza e la repressione. Il materiale riflettente, paradossalmente oscurato, cattura e rifrange la luce, creando uno spazio sospeso in cui il vuoto diventa opprimente e palpabile.
Da anni Basualdo indaga come forze invisibili, spesso legate al potere istituzionale, plasmino comportamenti e spazi sociali. Questo progetto si inserisce in quella ricerca, trasformando il monumento in un luogo di testimonianza che smaschera l’oblio voluto dallo Stato. Il visitatore non resta spettatore passivo, ma si immerge in un ambiente che evoca perdita e sottrazione di diritti fondamentali, ricordandoci il ruolo dell’arte come memoria e denuncia.
León Ferrari e la censura dei media durante la dittatura
León Ferrari, artista simbolo di quegli anni, affronta l’uso dei media come strumento di controllo e diffusione della violenza di Stato. Dopo la sparizione forzata del figlio, Ferrari raccoglie e rielabora 83 ritagli di giornali del 1976 in una serie chiamata Nosotros no sabíamos . La raccolta mette a nudo come i crimini del regime fossero noti, ma sistematicamente ignorati o giustificati dalla società.
Con questa operazione, Ferrari denuncia la complicità dei media nel coprire e normalizzare la repressione, trasformandoli in testimoni silenziosi della barbarie. Assemblando notizie filtrate dalla censura, l’artista punta il dito contro l’oblio collettivo e la memoria corta che hanno permesso alle strutture oppressive di sopravvivere anche dopo la fine della dittatura. Questa narrazione mette in luce le difficoltà della transizione democratica argentina, mostrando come la violenza non sia sparita, ma si sia trasformata in forme più subdole.
Archivo de la Memoria Trans: la persecuzione che va oltre la dittatura
Un pezzo importante della mostra è il lavoro del Archivo de la Memoria Trans , che ricostruisce la storia della comunità transgender in Argentina negli anni ’80 e ’90. Attraverso migliaia di fotografie tratte da archivi privati, il progetto testimonia come discriminazioni e violenze di Stato siano continuate ben oltre la caduta della giunta militare.
Queste immagini, nate come ricordi personali, diventano documenti politici cruciali per smontare la narrazione ufficiale del ritorno alla libertà e alla democrazia. Il lavoro del AMT mostra come la repressione abbia continuato a operare in forme meno visibili, ma non per questo meno gravi, confermando una continuità nell’uso del potere per marginalizzare e perseguitare minoranze. È un’azione di contro-memoria che mette in discussione le versioni edulcorate del passato recente argentino.
Ana Gallardo e la denuncia dei femminicidi a carboncino
Ana Gallardo, con i suoi disegni a carboncino, sposta lo sguardo sulla violenza di oggi, concentrandosi sui femminicidi in America Latina. I suoi lavori mostrano corpi femminili che si fondono con paesaggi aridi, evocando il legame tra territorio e violenza sistematica contro le donne.
Il carboncino, materiale materico e terroso, richiama la terra che inghiotte e nasconde i corpi assassinati, trasformando ogni disegno in un atto di restituzione dello spazio e della memoria. Con questa estetica, Gallardo invita a riflettere sulla persistenza della sopraffazione, denunciando come questi omicidi non siano casi isolati, ma parte di una violenza strutturale. Il suo lavoro porta la mostra nel presente, sottolineando come la violenza continui a crescere e come l’arte possa essere voce di testimonianza.
Darkness Visible: uno specchio delle sfide della democrazia oggi
Darkness Visible non è solo un racconto del passato. La mostra ci parla delle sfide che la democrazia affronta oggi, non solo con attacchi evidenti, ma con erosioni sottili e progressive delle libertà. Sorveglianza digitale, manipolazione dell’informazione e normalizzazione di situazioni eccezionali sono nuovi modi di controllo che, come dimostrano le opere esposte, sono figli diretti degli strumenti repressivi di ieri.
Lo Spazio Punch a Venezia diventa così un luogo dove il passato argentino si trasforma in una lente per analizzare criticamente il presente, mettendo in guardia da possibili derive anche nelle democrazie consolidate. La mostra richiama a una vigilanza costante: la democrazia non è un bene acquisito una volta per tutte, ma un risultato fragile da difendere e coltivare ogni giorno. Le opere condividono un messaggio chiaro: il pericolo non arriva sempre con la violenza visibile, ma con la lenta sparizione di diritti, voci e memoria.
