Lasci la costa di Reggio Calabria e, curva dopo curva, sali verso Gambarie, quasi a 1300 metri. Ad agosto, l’aria qui si fa fresca, un sollievo netto rispetto al caldo soffocante della città, dove il termometro tocca i quaranta gradi. Nel Bosco degli Artisti, la prima impressione è di un luogo sporadico, punteggiato da sculture isolate. Ma camminando tra quegli alberi, qualcosa cambia: emerge una domanda che ti resta addosso, quasi ti sfida — “Perché restare qui?” — un interrogativo familiare a chi è nato in Calabria. Il FACE Festival Aspromondo non è solo una mostra d’arte. È un dialogo vivo tra creatività e natura, un racconto che si intreccia da anni con il paesaggio aspromontano, spingendo a riflettere sul senso di appartenenza e radicamento.
Il FACE Festival nasce nel 2007 nel Parco Ecolandia, ma nel 2021 cambia volto e luogo trasferendosi nel Geoparco dell’Aspromonte, nel cuore della montagna. Non è solo uno spostamento geografico, ma un salto di prospettiva. Gli artisti non si limitano a mostrare le loro opere: vivono nel bosco, ospitati nell’ex Vivaio Forestale di Cucullaro, a Santo Stefano in Aspromonte. Tra silenzi, ritmi naturali e sfide ambientali, costruiscono un dialogo intimo con il territorio. La residenza artistica diventa un’esperienza a tutto tondo, che trasforma sia le opere sia chi le crea, facendoli parte viva del paesaggio. L’edizione numero quindici, dal titolo La Cura, si è appena presentata con sei nuove installazioni e una performance, tutte pensate per entrare in relazione con il luogo e chi lo attraversa.
Lungo i sentieri si avverte subito il cambio sotto i piedi: si passa dal terreno sassoso a un tappeto soffice di aghi di pino. L’aria fresca cala all’improvviso sotto le chiome fitte, e presto diventa difficile capire dove finisca un tronco e inizi una scultura. Questa fusione crea un’esperienza sospesa, a metà tra realtà e artificio. David Le Breton, studioso del rapporto tra corpo e paesaggio, parla di questa fuga dalla vita di tutti i giorni come di un’occasione per ritrovare sé stessi, affinare i sensi e risvegliare la curiosità. Nel Bosco degli Artisti, ad esempio, si incontra l’installazione in legno di Ninni Donato del 2023, con il messaggio provocatorio “L’arte non è la cura è la malattia”. Una scultura che da anni rimane lì a rovesciare il tema di quest’anno e a far riflettere. Poco più avanti, si staglia la bandiera nera ricamata da Luca Granato, “O briganti o emigranti”, che richiama le tensioni storiche e sociali radicate in queste terre aspromontane.
La Cura, tema di quest’anno, si declina in mille modi diversi, tra tutela e rigenerazione. Paolo Genoese, direttore artistico del festival, spiega che curare vuol dire soprattutto instaurare un rapporto empatico con il paesaggio, proteggendo ciò che già c’è, naturale e culturale. Tornare in quei boschi diventa così un gesto consapevole, una pratica che ha cambiato il modo di lavorare degli artisti e di vivere la montagna per i visitatori. Le opere, mutate nel tempo, si mescolano alla natura circostante, creando un legame vivo e concreto. La parola “cura” richiama anche il mito latino di Igino, ripreso da Heidegger, secondo cui la cura è la forza vitale che lega l’essere umano alla terra, in un rapporto profondo e indissolubile.
Alla domanda “Perché restare?”, l’antropologo Vito Teti risponde con il concetto di restanza: un sentirsi radicati ma anche confusi, attratti dal dovere di proteggere il proprio luogo e allo stesso tempo spinti a rinnovarlo. Restare non è una scelta passiva, ma un impegno faticoso e in continua trasformazione, che cambia sia il territorio sia chi lo abita. Il Bosco degli Artisti incarna questa tensione: stagione dopo stagione, edizione dopo edizione, trasforma un angolo di montagna in un laboratorio d’arte e rinascita. Le ultime sei opere presentate nel 2026 coinvolgono tutti i sensi, chiedono un rapporto tattile ed emotivo a chi cammina tra quegli alberi. La microarchitettura di Beatrice Valenza, ad esempio, invita a rannicchiarsi in uno spazio protetto per ascoltare; Ilaria Notaro intreccia fibre naturali agli alberi, trasformando il bosco in un grande telaio vivo; Mauro Maurizio Palumbo esalta il respiro degli alberi con esperienze sonore.
Tra le installazioni più suggestive c’è la salamandra gigante di Salvatore Piromalli, simbolo nascosto e raro del sottobosco aspromontano, che ora diventa messaggera della biodiversità. Il collettivo TECHNE LAB, formato da Angela e Caterina Pellicanò insieme a Ninni Donato, ha creato un’installazione sonora e luminosa che si accende al passaggio dei visitatori e al mutare del clima. In questo modo, il bosco si trasforma in un organismo vivo e sensibile ai cambiamenti dell’ambiente e delle persone. Maria Neve Vallone esplora il confine tra uomo e natura; Paolo Infortuna costruisce strutture sonore che dialogano con l’altezza degli alberi; Andrea Foti, maestro d’orchestra, combina suoni e sculture in un equilibrio nuovo e suggestivo.
Tra le presenze più toccanti dell’edizione c’è quella di Luca Sivelli, performer e videoartista scomparso nel maggio 2026. La sua ultima tappa artistica è stata proprio il Bosco degli Artisti, che ora lo custodisce come un segreto racchiuso in un tronco, visibile solo tagliando un albero. La visita al festival si chiude scendendo lungo i tornanti, mentre la sera avanza e il caldo della pianura torna a farsi sentire. Ma quel pezzo di montagna conserva le sue opere anche nelle stagioni fredde, quando la neve ricopre il bosco e le strade si stringono ancora di più. Arte e natura restano lì, tenaci, sfidando il tempo e chiamando chi vuole sentirsi parte di questo legame profondo.
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