«Non sono semplici doni, ma storie cucite a filo». A Gibellina, questa frase prende vita ogni anno, quando i “prisenti” tornano a sventolare tra le strade, tessuti che raccontano fede e memoria. Quel legame antico, interrotto dal terremoto del ’68, ha trovato modo di rinascere. La seconda domenica di maggio, i drappi ricamati si fanno silenziosi protagonisti della processione del Santissimo Crocifisso; ogni cinque anni, si trasformano in cuore pulsante della “Festa ranni”, un rituale che affonda le radici nel Settecento. Domenica 10 maggio, con l’apertura della mostra diffusa “I Prisenti di Gibellina”, la città ha spalancato porte e finestre, invitando a un viaggio intenso tra arte, tradizione e comunità.
Tradizione e rinascita dopo il terremoto
Prima del sisma che devastò la Valle del Belice nel 1968, i prisenti erano al centro delle feste religiose di Gibellina. Grandi drappi ricamati, portati in processione come testimoni di fede e arte popolare. Dopo il terremoto, però, questa usanza ha iniziato a sbiadire, minacciata dall’oblio e dalla dura ricostruzione. Oggi, grazie all’impegno di realtà come la Fondazione Orestiadi, la tradizione è tornata a vivere. Il Museo delle Trame Mediterranee, il MAC – Museo d’Arte Contemporanea “Ludovico Corrao” e la Chiesa Madre di Quaroni custodiscono questo prezioso patrimonio, che va oltre il semplice valore estetico. La mostra inaugurata il 10 maggio celebra proprio questa rinascita, restituendo vita a un’eredità di rara bellezza.
Il rilancio dei prisenti si deve soprattutto a Ludovico Corrao, che nel 1981 decise di coinvolgere artisti contemporanei per creare nuovi drappi. Un ponte tra tradizione e innovazione che ha trasformato un antico rito in un laboratorio d’arte collettiva, ancora vivo nella memoria di Gibellina e della Sicilia occidentale.
Drappi d’arte e rituale: un legame unico
I prisenti di Gibellina sono un fenomeno raro perché uniscono due anime: sono opere d’arte da museo e oggetti vivi, portati in processione da tutta la comunità. Non sono semplici manufatti, ma creazioni nate dall’incontro tra l’artigianato di ricamatrici e artigiani e la creatività di artisti contemporanei di rilievo. Questi drappi raccontano una doppia storia: da un lato mantengono viva una tradizione popolare antica, dall’altro dialogano con l’arte contemporanea, senza sovrapporsi.
Affidare a un artista di fama la creazione di ogni nuovo prisenti è una sfida e una scelta precisa: il drappo non resta chiuso in un museo, ma si muove tra la gente, diventa parte della città, del rito e della memoria condivisa. Durante la processione, il gesto collettivo dà vita all’opera, che si carica di significato attraverso lo sguardo e la partecipazione dei cittadini.
La mostra diffusa tra il Museo delle Trame Mediterranee e altre sedi mostra proprio questo doppio volto, quell’equilibrio tra bellezza e funzione rituale che fa dei prisenti strumenti vivi di cultura. Non reliquie dimenticate, ma tessuti che continuano a collegare passato e presente, sacro e profano, memoria individuale e identità collettiva.
Una collezione d’arte che racconta la rinascita di Gibellina
Nel 2026 Gibellina sarà Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea, e questa tappa segna un nuovo capitolo per i prisenti. La Fondazione Orestiadi e il MAC raccoglieranno nelle loro collezioni i drappi realizzati da un gruppo prestigioso di artisti, testimoni di una lunga storia di sperimentazione e rigenerazione culturale.
Tra i protagonisti spiccano nomi come Michele Canzoneri, Pietro Consagra, Alighiero Boetti, Sami Burhan, Carla Accardi, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato e altri ancora. Ognuno ha dato al tema del prisenti una voce propria, creando una sorta di mappa dell’arte italiana del secondo Novecento, radicata in Sicilia e permeata dall’utopia di Corrao: trasformare Gibellina attraverso l’arte.
Questi tessuti raccontano una comunità che, dopo la distruzione, ha scelto l’arte come motore di rinascita e coesione. Ogni nuovo drappo è un pezzo di un racconto più grande, che guarda avanti senza dimenticare le radici profonde della cultura locale.
Nuove creazioni e futuro del rito nel 2026
Nel calendario di Gibellina per il 2026 ci sono due nuovi prisenti, pensati per la processione di San Rocco del 16 agosto. A firmarli saranno Francesco De Grandi e Giorgio Andreotta Calò, due artisti che portano la loro ricerca personale nel sacro e nel simbolico.
De Grandi, da tempo impegnato nello studio dell’iconografia religiosa, coinvolgerà gli studenti dell’Accademia di Palermo nella realizzazione del suo drappo. Andreotta Calò, che indaga la stratificazione del tempo, lavorerà con gli studenti dell’Accademia di Venezia. Questi progetti non sono solo commissioni: sono percorsi creativi che partono dall’esperienza degli artisti e dalla partecipazione dei giovani, immersi nelle tradizioni di Gibellina.
Questo processo conferma che il prisenti non è uno schema fisso, ma un dialogo aperto tra arte e comunità. La loro presenza in processione ricorda l’importanza della memoria e del rito nella costruzione di una cultura viva, capace di connettere inquietudini moderne con antiche forme di mito e festa.
L’eredità di Ludovico Corrao: arte e comunità
L’idea di ancorare l’arte allo spazio della comunità e al rito è stata la stella polare di Ludovico Corrao fin dagli anni Ottanta. I suoi progetti, come l’Orestea di Emilio Isgrò sulle macerie dell’antico paese o le celebri processioni con le “macchine” di Pomodoro, hanno trasformato l’arte in un momento collettivo, da vivere nella vita quotidiana e nel tempo ciclico della festa.
Portare l’arte fuori dal museo, integrandola nella vita sociale di Gibellina, ha dato senso alle macerie, trasformandole in memoria e rinascita. Oggi questo modello risuona più forte che mai, in un’epoca segnata da eventi che sembrano consumarsi senza lasciare traccia. Il prisenti diventa così uno strumento culturale che trasforma la frammentazione del presente in un’esperienza condivisa.
La processione con i suoi drappi non celebra solo il passato: è un rito contemporaneo che dà forma e visibilità alla storia e all’identità di una comunità. La tradizione resta viva, capace di parlare al cuore della città e di sfidare il tempo, un esempio chiaro della forza generatrice dell’arte nella vita collettiva.
