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Spoleto celebra Dario Fo pittore con la mostra “Le macchine teatrali” alla Rocca Albornoz fino al 2027

Dario Fo è celebre per le sue parole che graffiano, per la sua presenza teatrale unica. Ma a Spoleto, tra le mura secolari della Rocca Albornoz, emerge un volto meno noto dell’artista: la sua pittura. Qui non si tratta di un passatempo, bensì di un universo creativo da cui ha preso vita il suo teatro. Fino ad aprile 2027, disegni, fondali e sagome si mostrano in una mostra che li mette al centro, non come semplici sfondi, ma come veri protagonisti capaci di dare forma e anima alla scena.

Rocca Albornoz, cornice storica per il racconto visivo di Fo

Non è un caso che la mostra si tenga nella Rocca Albornoz, imponente fortezza del Trecento voluta da Egidio Albornoz e disegnata da Matteo di Giovannello, detto il Gattapone. Qui, già nell’estate del 1999, durante il Festival dei Due Mondi fondato da Gian Carlo Menotti, Fo portò in scena “Lu Santo Jullare Francesco”. Oggi quel lavoro torna a vivere nei fondali e nelle scenografie esposte, a più di vent’anni di distanza, un ponte diretto tra passato e presente.

La Rocca diventa così luogo di incontro tra sacro e comico, proprio come nel teatro di Fo, che da sempre sfida i confini tra queste due dimensioni. La fortezza storica dà peso e senso alle opere in mostra, trasformandole in un racconto visivo che affonda le radici nella tradizione culturale di una città che da sempre è teatro e cultura.

Le “macchine teatrali”: disegni che dirigono lo spettacolo

Al centro della mostra ci sono quelle che Fo chiamava “macchine teatrali”: non semplici scenografie, ma veri e propri strumenti visivi pensati per entrare in gioco con l’azione scenica. Fondali dipinti, sagome mobili, arazzi, bozzetti che mostrano come per Fo il disegno non fosse un dettaglio, ma il motore della regia.

Le opere provengono da quattro produzioni chiave che coprono un arco temporale dal 1963 al 2014: dall’espressionismo grafico di “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe” agli elementi più essenziali di “La figlia del Papa”. Un filo rosso lega queste esperienze diverse, creando una vera e propria grammatica visiva che evolve nel tempo.

Non siamo davanti a illustrazioni di un testo già scritto, come nel teatro tradizionale del Novecento. Nel metodo di Fo, pittura e regia si fondono in un unico atto creativo. Il fondale non sta dietro le quinte, ma diventa co-protagonista; le sagome non decorano, ma definiscono i personaggi.

Dalla tradizione medievale alle grandi riflessioni culturali

Uno dei temi più intriganti della mostra è il richiamo ai giullari medievali. Fo stesso si rifaceva a questa tradizione, raccontando artisti popolari perseguitati perché portatori di un’arte che non passava dalla parola scritta, ma dal corpo, dal gesto e dall’immagine immediata.

Le macchine teatrali esposte diventano così simboli di un’arte antica, che vive nella sua forma visiva come strumento di comunicazione orale. Il legame con i cantastorie e i giocolieri medievali si ricostruisce attraverso queste immagini, che non sono semplici elementi scenici, ma veicoli essenziali di racconto.

Questo patrimonio visivo richiama anche riflessioni più ampie, come quelle di Bakhtin sul carnevale e sul corpo grottesco, dove l’arte popolare apre spazi di verità attraverso il comico e la rovesciata delle gerarchie. Non manca il confronto con il teatro epico di Brecht, dove la visibilità della macchina scenica e la rottura dell’immedesimazione aiutano lo spettatore a una presa di coscienza critica.

Centenario di Dario Fo: luci e ombre sulla sua pittura

La mostra nasce da una collaborazione tra istituzioni umbre e nazionali e si inserisce nelle celebrazioni per il centenario della nascita di Dario Fo, nel 2026. Il racconto segue un filo abbastanza lineare, puntando sulla continuità e sull’evoluzione tecnica, dal tratto espressionista alla sintesi dei disegni più recenti.

Non mancano però alcune critiche: l’approccio è a volte un po’ superficiale sulle contraddizioni di Fo. Pittore autodidatta ma anche frequentatore della Brera, comico di piazza ma in dialogo con le avanguardie, la sua immagine rischia di diventare un codice ripetuto e poco messo in discussione.

Detto questo, la mostra centra un obiettivo importante: mettere in luce un aspetto poco esplorato del suo lavoro teatrale. La pittura di Fo non è più un accompagnamento al suo ruolo di attore, ma la base su cui tutto si costruisce.

In una cornice solenne come la Rocca Albornoz, questi elementi riacquistano la loro forza originaria: ingranaggi vivi di un teatro popolare che ancora oggi parla, provoca e fa sognare, andando ben oltre il semplice omaggio commemorativo.

Redazione

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