Sul palco, un corpo che non si ferma mai. Gli occhi incollati alla musica, senza tregua, senza respiro. La danza di Molissa Fenley è una sfida pura: niente storie, solo movimenti netti e intensi. A Venezia, alla Biennale Danza 2024, due suoi assoli si stagliano con forza: State of Darkness e Bardo. Due creazioni diverse, eppure legate da un filo invisibile. Un linguaggio antico, dove il corpo parla senza bisogno di parole.
State of Darkness, nato nel 1988, si ispira a Le sacre du printemps di Igor Stravinskij. Ma qui niente storie convenzionali su Eletta o sacrifici rituali. Il rituale è dentro, è un duello solitario con la musica, un dialogo intenso tra corpo e suono. Fenley mette in scena una coreografia rigorosa, tecnica, che chiede all’interprete una presenza vibrante e totale dedizione.
A portare in scena questo pezzo è Cassandra Trenary, prima ballerina del Wiener Staatsballett, che offre una versione aggiornata e personale della partitura. Scalzata, con body nero e petto scoperto, Trenary scandisce ogni passo con cura maniacale. I dettagli prendono vita: mani che si chiudono o si aprono, braccia che fendono l’aria o si spalancano come ali, gambe che si allungano in linee insolite. I movimenti parlano un linguaggio antico e nuovo insieme, una vera lotta fisica contro un universo sonoro complesso e spesso dissonante. Le luci, tagliate o piene, disegnano lo spazio e mettono in risalto l’energia che attraversa il corpo.
Il titolo prende spunto da Marcel Proust: “viviamo in uno stato di oscurità”. È una condizione esistenziale fatta di solitudine e inquietudine. State of Darkness non è solo una coreografia: è una riflessione che si fa dialogo con chi guarda, trasmettendo tensioni, fragilità e impulsi profondi.
Due anni dopo, nel 1990, Fenley crea Bardo in ricordo di Keith Haring, artista e amico. “Bardo” è un termine tibetano che indica uno stato di passaggio tra vita e morte, un’attesa di 49 giorni durante la quale l’anima si trasforma e si confronta con il proprio karma. In questo assolo, Fenley stessa – ormai 72enne – dà prova di un linguaggio coreografico lento, meditativo e profondamente intenso.
Su una musica minimalista, il mantra di Somei Satoh, la danzatrice avanza piano verso il centro del palco. Il movimento si sviluppa in piccoli cambiamenti, una sequenza di forme nitide e precise, senza fretta. I gesti ricordano le linee decise dei dipinti di Haring, evocano paesaggi naturali – montagne, oceani, terre aride – e creano un’atmosfera di calma sospesa nel tempo.
In Bardo ogni gesto sembra più pensato che compiuto. La coreografia richiede un ascolto profondo, non solo fisico ma anche interiore, che si rivela a poco a poco. Qui la danza si fa intima, quasi un dialogo tra la danzatrice e chi osserva. Lo spazio, ampio e vuoto, lascia respiro al corpo e allo spirito, amplificando la dimensione meditativa e quel senso di tempo dilatato.
Fenley trasforma il palco in un luogo sacro, dove memoria ed esperienza si accumulano lentamente, raccontando un viaggio che va oltre il semplice gesto.
Molissa Fenley resta una figura chiave della danza contemporanea con questi due lavori pieni di significato. La sua carriera, iniziata negli anni Settanta, ha attraversato decenni di sperimentazioni postmoderne, mantenendo sempre una poetica coerente: mettere il corpo umano al centro di tutto.
Portare oggi in scena State of Darkness e Bardo alla Biennale di Venezia non è solo rivisitare pezzi storici. È un modo per dialogare con il pubblico di oggi su temi universali: solitudine, vita e morte, memoria, spiritualità. Queste coreografie hanno superato la prova del tempo perché continuano a emozionare e a far riflettere.
L’interpretazione di Cassandra Trenary nel primo pezzo aggiunge una nuova energia: un corpo giovane che eredita una scrittura complessa, mantenendone severità e profondità ma con un tocco fresco. Dall’altro lato, Fenley, a 72 anni, con gesti essenziali e rigorosi, mostra come il corpo possa evolvere e raccontare storie sempre nuove, anche con l’età.
Questa doppia presenza alla Biennale conferma l’importanza di Fenley come ponte tra passato e presente, un filo che unisce memoria e ricerca, in un teatro che si apre a emozioni e pensieri.
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