Un van malconcio avanza lento nel cuore di un deserto senza fine. Dentro, un padre fuori posto, il suo bambino e un cane: sono alla ricerca di una ragazza scomparsa, persi in un mondo dove confine tra realtà e sogno si dissolve. Sirat, il film di Oliver Laxe premiato al Festival di Cannes con il Gran Prix della Giuria, è un viaggio oscuro nel 2025, un futuro prossimo che mescola mito e rave, tensioni geopolitiche e atmosfere techno. Non è un racconto facile, anzi: più che risposte, porta domande, lasciando una sensazione di inquietudine e qualcosa di irrisolto.
Thriller psichedelico tra confini sfumati e paesaggi inquietanti
La storia si muove in un’area dove confini reali e immaginari si confondono, tra Marocco, Algeria, Sahara e Mauritania. Un territorio pre-apocalittico, dove il tempo sembra allungarsi e il deserto fa da protagonista, segnato da paure profonde e minacce concrete, come le mine disseminate ovunque. Qui, una famiglia cerca disperatamente una giovane ragazza, immersa in un mondo fatto di rave selvaggi, musica elettronica e atmosfere quasi oniriche, ma anche di veri pericoli. Il racconto si trasforma in un viaggio che è anche una discesa negli inferi urbani, tra miti e simboli che sembrano più presi da saggi antropologici che da un film di fiction tradizionale.
I protagonisti si mescolano a un gruppo di raver, e la scena techno diventa il filtro attraverso cui si racconta la storia. Non è solo una ricerca: è un’immersione sensoriale che sfida i limiti di corpo e mente, con richiami chiari a culture di nicchia come il cyberpunk e il post-apocalittico anni Ottanta. Nonostante i riferimenti tradizionali, Sirat prova a creare uno spazio liminale dove mito e realtà si mescolano fino a confondersi, senza però riuscire a delineare appieno il valore rigenerativo del rave.
Il sirāt: cammino incerto tra mito e realtà
Il titolo stesso parla chiaro: il sirāt è nella mitologia islamica un ponte stretto e pericoloso sospeso sull’inferno, simbolo del passaggio verso salvezza o dannazione. Nel film diventa una metafora di un viaggio incerto, sia interiore che fisico, nel paesaggio insidioso della Mauritania. Il territorio si trasforma in una mappa di errori e deviazioni, fatta di trappole materiali come le mine e di pericoli invisibili come la disillusione.
Laxe richiama studi antropologici e filosofici, con riferimenti a Lapassade e altri etnografi che vedono nei rave forme di estasi e trasgressione rigenerativa. Tuttavia, il film insiste più su atmosfere angoscianti e ambiguità narrative che su un’esplorazione autentica della cultura rave. I giovani protagonisti, immersi in un ecosistema ostile, si muovono come in un horror: innocenti, incoscienti, esposti a pericoli fatali in territori abbandonati, più da film slasher che da analisi culturale.
Così Sirat si avvicina più a una narrazione dell’insicurezza e del caos contemporaneo che a un ritratto fedele delle sottoculture. Rimane un impianto poetico e visivo che punta più sull’evocazione che sulla chiarezza, con un finale che rompe le regole della suspense classica, lasciando un senso di vuoto inevitabile.
Oltre l’hype: il valore estetico e narrativo
Nonostante le critiche, Sirat ha diversi pregi sul piano formale. Oliver Laxe usa la fotografia e il montaggio per creare un’atmosfera che oscilla tra inquietudine psichedelica e calma inquietante. La camera segue i personaggi senza forzature, avvolgendoli nel deserto e nella musica techno, restituendo una sensazione di spaesamento che serve a esplorare la fragilità dell’essere umano oggi.
Il colpo di scena ribaltato è uno dei punti forti del film. L’orrore non sta tanto in ciò che si vede, ma nella prevedibilità degli eventi tragici, quasi una fatalità senza scampo. Questa rottura del racconto tradizionale si inserisce in un filone che racconta l’angoscia del mondo occidentale, la perdita di punti di riferimento e le ferite ancora aperte di un passato coloniale violento.
Il clamore ai festival ha acceso i riflettori su un fermento culturale che si nutre di estetiche radicali e scenari geopolitici complessi. Cannes, da sempre vetrina di cinema d’autore, conferma nel 2025 la tendenza a privilegiare opere provocatorie e rarefatte, capaci di mettere in discussione le radici della modernità con linguaggi ibridi e simbolici.
Il controverso ritratto della cultura rave
La scena rave in Sirat non convince del tutto. Contrariamente a chi sperava in un ritratto realistico e rispettoso, il film la dipinge come un mondo di pericolo e disorientamento. La musica elettronica e i comportamenti collettivi si riducono a una cornice per un thriller post-apocalittico, più che a un fenomeno sociale approfondito.
I partecipanti appaiono come vittime ignare, in balia di un destino crudele, in un’ambientazione che ricorda i film horror americani dove l’ingenuità paga con la morte. Un punto di vista distante dalla complessità del movimento rave, spesso visto come un atto di liberazione e rinascita culturale, che qui emerge come una lettura pessimista e quasi grottesca.
Questa rappresentazione ha scatenato dibattiti nel mondo del cinema e della cultura underground, con molte critiche per aver ridotto un fenomeno così ricco a un pretesto per atmosfere dark e fraintendimenti culturali.
Il successo festivaliero e il gioco dell’hype
Il percorso di Sirat nei festival racconta anche il ruolo dei media e delle mode nel cinema contemporaneo. Il film ha conquistato premi e applausi per la sua forza evocativa e il suo legame con tendenze estetiche attuali. Ma una volta spente le luci, le sue molte sfumature appaiono meno solide.
Una certa critica superficiale, attratta soprattutto dall’immagine e dall’estetica forte, ha diffuso una lettura che spesso non corrisponde alla realtà culturale mostrata. Ne è nato un boom mediatico che sembra già stemperarsi, lasciando spazio a una riflessione più sobria e critica.
Sirat si inserisce nel cinema d’autore che prova a sondare i confini tra mito e realtà, finzione e verità, senza però convincere del tutto né gli appassionati di rave né i tradizionalisti del cinema. Alla fine resta un esempio di come l’immagine e l’estetica possano dominare la percezione di un’opera, a volte più del suo contenuto.
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Sirat continua a girare su piattaforme come MUBI e in rassegne estive all’aperto, invitando il pubblico a tornare su un film che, tra mito ed estetica, traccia una lunga e incerta strada di desolazione.
