Vasco Brondi, veronese classe 1984, ha sempre avuto il dono di trasformare parole e musica in un unico respiro. Oggi torna con un libro che non si lascia incasellare facilmente: “Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte”, pubblicato da Giulio Einaudi Editore ad aprile 2026. Non è un testo lineare, piuttosto un collage di pensieri sparsi, ricordi intimi e riflessioni culturali. Un viaggio lento, quasi meditativo, dentro il rapporto tra spiritualità e creatività.
Il libro si compone di quaranta brevi capitoli, ognuno una tappa di un percorso mentale che non vuole essere lineare. Brondi lavora sulle sensazioni quotidiane: la noia, la fatica, il senso di sacrificio. Ne esce un’immagine di resistenza che non è tanto fisica, quanto spirituale. La scrittura si fa spontanea, lascia spazio al lettore per fermarsi, tornare indietro o saltare da un pezzo all’altro, come in un dialogo interiore sempre in movimento.
Molti potrebbero vedere in “Una cosa spirituale” un’autobiografia, ma Brondi stesso va oltre questa lettura. Il libro diventa piuttosto una meditazione continua, un modo per conoscersi e comprendere il mondo intorno. L’assenza di un ordine cronologico sottolinea la fluidità del suo pensiero e invita chi legge a un’esperienza fuori dagli schemi, ma intensa e coinvolgente.
Una costante del libro è l’attaccamento ai luoghi, in particolare alla pianura emiliana tra Carpi e Ferrara. Qui Brondi ritrova l’eco della pittura metafisica, da Carrà a De Chirico, quel silenzio sospeso che fa emergere ciò che non si vede. Questi paesaggi, impressi fin dalla giovinezza, sono un punto di riferimento che l’autore rilegge con delicatezza.
Ma non si tratta solo di un racconto personale. Le sue riflessioni si arricchiscono di riferimenti a scrittori e fotografi emiliani come Gianni Celati e Luigi Ghirri, capaci di cogliere le sfumature autentiche di una provincia spesso trascurata. Attraverso queste immagini Brondi esplora il rapporto tra territorio e identità, svelando la complessità di un mondo in bilico tra tradizione e cambiamento.
La struttura spezzata del libro dà spazio a temi profondi come identità e memoria. Brondi propone di abbandonare l’idea di un io fisso e immutabile, per costruire invece un’identità fluida, che si evolve con i continui mutamenti della vita moderna.
Centrale è anche il rapporto con il corpo. Stanchezza, solitudine, sacrificio non sono solo stati d’animo, ma sensazioni vive che attraversano la persona in movimento. La percezione fisica diventa così uno strumento per esplorare il mondo interiore e il legame con l’esterno. La memoria non fissa il passato, ma lo trasforma, sostenendo le oscillazioni dell’essere in un presente complesso.
La spiritualità in questo libro non è un tema messo lì per caso, ma un percorso concreto che Brondi porta avanti nella sua vita. Pratiche come la meditazione Vipassana e lo yoga dinamico sono descritte come discipline serie, con un duplice valore: esercizio rigoroso e momento di distensione.
Attraverso queste esperienze, l’autore osserva corpo e mente, mostrando come un equilibrio tra i due favorisca la creatività e il benessere. Il corpo non è separato dal pensiero, ma ne è la fonte di forza per resistere e rinnovarsi. Questo emerge soprattutto quando parla delle impressioni quotidiane: la stanchezza diventa segnale, la solitudine un’occasione per ascoltarsi dentro.
Il libro è ricco di riferimenti a pensatori e artisti come Byung-Chul Han, Luigi Maria Epicoco, Haruki Murakami e David Lynch. Questi nomi mostrano come l’esperienza artistica e spirituale di Brondi si nutra di fonti diverse, ma tutte di grande spessore.
Allo stesso tempo, il testo apre a un dialogo con figure religiose come Buddha e Gesù Cristo, sottolineando come creatività e ricerca spirituale siano intrecciate nel tempo. Questo confronto con maestri di epoche lontane rende il discorso complesso e capace di parlare a un pubblico variegato, che può apprezzare tanto le suggestioni filosofiche quanto la concretezza emotiva.
Il libro si apre con un vero e proprio “shock telepatico” che scuote il lettore, per poi scivolare in un’atmosfera di calma, intesa come osservazione paziente e distaccata. Tra meditazioni e racconti, Vasco Brondi invita a vedere il “non fare niente” come una forma attiva di esperienza interiore: una pausa che diventa occasione di crescita e fermento creativo.
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