“Le pietre parlano,” dice Stefano Arienti, guardando i trulli di Ceglie Messapica. Sono quelle pietre antiche, levigate dal vento e dal tempo, a diventare protagoniste di un’installazione che scuote la quiete della Valle d’Itria. Qui, tra paesaggi bianchi e silenzi profondi, l’artista milanese ha trasformato un trullo in qualcosa di più di un semplice spazio espositivo: un luogo dove si intrecciano confini, storie di convivenza e riflessioni sulla geopolitica.
Da cinque anni quel trullo ospita d’estate una galleria d’arte milanese, ma ora si anima di nuovi significati. Dentro e fuori, due opere dialogano con il territorio, evocando memorie e un’idea di pace fondata sulla collaborazione, senza gerarchie. L’inaugurazione di questa sera, con apertura dalle 19 alle 21, ha offerto a chi è passato la possibilità di incontrare Arienti e scoprire come la Valle d’Itria, attraverso le sue pietre, possa raccontare molto più di un semplice paesaggio.
Il trullo, simbolo della Puglia, diventa qui il fulcro dell’installazione. Arienti usa solo materiali trovati nei dintorni, riconoscendo nella pietra bianca un ponte tra natura e cultura. All’interno c’è “Mondo Libero”, un mosaico di 200 pietre di varie forme e dimensioni, ognuna con il nome di uno Stato sovrano. Le nazioni sono disposte senza gerarchie, a formare una mappa umana di pace e una denuncia poetica contro i confini che dividono.
La semplicità delle pietre si contrappone al messaggio profondo: uguali davanti alla storia, invitando chi guarda a mettere da parte pregiudizi e rivalità. Il trullo diventa così uno spazio di riflessione, un ponte tra un passato radicato e un futuro da costruire insieme. La pietra, come la cultura, si fa strumento di dialogo.
Fuori dal trullo, l’installazione si allarga in una mappa politica dell’Europa, fatta con le stesse pietre disposte sul terreno a ricostruire i confini del continente. Non è solo un disegno geografico, ma un invito a riflettere sul ruolo dell’Europa oggi, sulle sue strutture politiche e culturali.
Dalla terra della Valle d’Itria, Arienti passa dal locale al globale, intrecciando tempi e spazi. Le pietre diventano uno strumento per mettere in discussione visioni rigide e ricordare che i confini sono creazioni umane, fragili e mutevoli. L’artista spinge chi osserva a guardare oltre la superficie, stimolando un pensiero critico sull’identità europea e il suo futuro.
Stefano Arienti ha studiato Scienze Agrarie e Biologiche, e questa formazione ha lasciato un segno profondo nel suo modo di fare arte. Già dagli anni ’80, quando era studente, si è avvicinato all’arte contemporanea grazie al critico Corrado Levi. Il legame tra scienza e arte è stretto.
Arienti racconta come la sua tendenza a raccogliere, analizzare e catalogare venga proprio da quegli studi. Ma soprattutto, la convinzione che l’opera possa vivere di vita propria deriva dall’approccio biologico: l’arte è un organismo che cresce, cambia e si diffonde. La sua preparazione gli ha dato un metodo aperto e curioso, che si riflette nell’evoluzione del suo lavoro.
La sperimentazione è una cifra distintiva del lavoro di Arienti. Non essendo un pittore tradizionale, ha scelto strade diverse, come forare, bruciare, piegare, punteggiare o cancellare, tecniche che ha imparato con l’esperienza sul campo.
Sono metodi poco convenzionali, ma capaci di risultati raffinati. Per lui l’arte nasce anche dall’invenzione, dalla passione per il dettaglio e dalla pratica continua. Più che seguire regole accademiche, Arienti punta a una sorta di artigianato reinventato, trovando così un linguaggio personale e originale.
Il lavoro di Arienti non è isolato: si inserisce in un confronto costante con i grandi nomi dell’arte moderna e contemporanea. Da Monet a Van Gogh, da Picasso a Boetti, fino a Mario Pascali, l’artista raccoglie suggestioni per farle sue. Molti di questi riferimenti sono nati da incontri diretti o da esperienze formative.
In particolare, Pascali è un punto fermo: la semplicità naturale delle sue forme, il gioco e la qualità colta del suo approccio sono un modello per Arienti. Il richiamo ai cicli naturali e alle trasformazioni della materia si ritrova spesso nelle sue opere, a testimoniare un legame profondo con la natura e la cultura materiale.
L’installazione nella Valle d’Itria mostra come l’arte contemporanea possa riprendere segni antichi per donar loro nuovi significati oggi. A Ceglie Messapica, questo lavoro diventa uno sguardo originale sulle tensioni geopolitiche europee e un inno alla convivenza. L’opera resta visitabile nelle serate secondo gli orari previsti, un’occasione per avvicinare pubblico e territorio attraverso natura, storia e arte.
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