“È finita l’era della pittura.” Quante volte lo abbiamo sentito? Eppure, in piccoli studi sparsi per l’Italia, giovani artiste stanno ribaltando questa certezza. Armate di pennelli e colori, rifiutano l’idea che la pittura sia un linguaggio ormai sorpassato. Al contrario, la usano per raccontare il presente, intrecciando miti, simboli e una connessione profonda con la natura. Tra loro, Rachele Frison, classe 1995, nata a Desio, si distingue per un modo tutto suo di esplorare il femminile: le sue tele sono sospese tra fiaba e rito, intime e potenti al tempo stesso.
L’arte di Rachele Frison nasce dall’incontro tra mito e esperienza personale. Nei suoi quadri compaiono donne inserite in paesaggi naturali, spesso boschi notturni. Non sono semplici figure: assumono ruoli nomadi, sapienti, quasi sciamanici. Sono presenze rituali e simboliche, che si muovono tra tende in ambienti sospesi tra realtà e fantasia. La natura diventa così un palcoscenico vivo e carico di significati, dove la figura femminile si fa custode di antiche conoscenze.
Il suo avvicinamento alla pittura è stato graduale. Da sempre appassionata di disegno, solo dopo l’Accademia di Brera ha ampliato il suo orizzonte verso l’olio su tela, trovando in questo mezzo un modo per dare corpo a atmosfere e colori che prima si limitava a tracciare con la linea. La pittura non ha cancellato il disegno, ma gli ha dato più profondità: colore e luce risvegliano presenze che il solo segno fatica a esprimere.
Nel suo percorso, Frison si confronta con grandi nomi della pittura classica e moderna. Franz von Stuck e Massimo Rao sono punti di riferimento per l’uso del simbolo e del mito, mentre dal Rinascimento arrivano gli echi di Pontormo e Tiziano, soprattutto nei colori e nelle composizioni. Sul versante paesaggistico si fa sentire l’influenza di Salvo, mentre la grafica di Tom of Finland lascia il segno nel disegno.
Una svolta importante è stata la scoperta di Philip Guston, il cui modo materico di stendere la pennellata ha aperto a Frison nuove strade per raccontare storie personali con la pittura. Tra gli artisti contemporanei, Nicolas Party si distingue per come occupa lo spazio pittorico e mescola passato e presente. E infine, il cinema di Hayao Miyazaki ispira la rappresentazione di donne forti in ambientazioni magiche, con un tocco di cultura giapponese.
Al centro del lavoro di Frison c’è una riflessione sull’identità femminile, spesso messa ai margini o stigmatizzata in passato. La “strega”, tradizionalmente vista in modo negativo, qui viene ripensata in chiave positiva: non più simbolo di paura, ma donna saggia, curatrice, legata alla natura, alle erbe e ai cicli del corpo. Questa figura molteplice risponde a un bisogno di autorappresentazione mitologica, un modo per abitare spazi femminili pieni di senso e potere.
Questi temi si intrecciano con un interesse per saperi antichi e tradizioni considerate minori o poco scientifiche. Frison non guarda al passato con nostalgia, ma cerca un punto d’incontro tra scienza e intuizione, mostrando come queste dimensioni possano contaminarsi nel presente. La pittura diventa così uno strumento per esplorare queste connessioni e dare spazio a una soggettività femminile complessa e vitale.
La tavolozza di Frison è un crocevia di emozioni e storie. Il colore è il cuore del suo lavoro: costruisce atmosfere, definisce luci che mettono in risalto le figure. Il rapporto tra segno e luce emerge soprattutto nei dettagli, nei tessuti, dove la grafia incide sulla materia e la luce ne sottolinea la centralità.
Le sue composizioni hanno un taglio teatrale: le scene si aprono come finestre o quinte su racconti mai accaduti, creando un senso di memoria sospesa. Questo gioco tra realtà e immaginazione fa dello spazio pittorico un vero e proprio palcoscenico per vicende intime e simboliche.
Anche se la pittura è al centro, Frison pesca a piene mani da altre arti per costruire le sue immagini. La letteratura – da Shakespeare a Italo Calvino, fino a Roberto Calasso – alimenta la creazione di immagini precise e suggestive, che uniscono fantasia e attualità. Il cinema di Miyazaki e la poetica di Pasolini sono altre fonti fondamentali, soprattutto nella rappresentazione di figure femminili e ambienti carichi di magia e tradizione.
La musica entra nel suo lavoro influenzando titoli e atmosfere. L’uso del digitale rimane marginale, limitato all’archiviazione e raccolta di materiali. Il vero punto di partenza resta il disegno e l’applicazione della materia pittorica.
Le opere di Frison nascono da esperienze personali che si allargano grazie a simboli tratti dalla cultura collettiva. Fiabe e racconti condivisi si trasformano in una mitologia personale, aperta a diverse chiavi di lettura. Il momento più delicato della creazione è quando la scena prende forma: l’immagine diventa chiara e autonoma, ma lascia spazio all’imprevisto e al dialogo con l’idea iniziale.
Quando arriva il momento di chiudere un lavoro, Frison sa che l’equilibrio è fragile. Evita aggiunte inutili per non compromettere l’integrità dell’opera, che resta sempre potenzialmente modificabile ma deve trovare un suo punto di arresto.
Anche se non vuole essere esplicitamente politica, la sua arte risente del contesto culturale. L’uso di fiaba e folclore dà vita a narrazioni alternative e critiche, proiettando la pittura oltre la semplice rappresentazione.
In mostre collettive come Ensemble, il valore di un’opera di Frison cambia non in termini di importanza, ma nel modo in cui si lega allo spazio espositivo e alle altre opere. La sua pittura, spesso sospesa e rituale, può diventare intima o dialogare inaspettatamente con lavori vicini. Questo processo dà nuova vita al dipinto, rendendolo dinamico e sempre un po’ diverso.
La scelta di continuare a dipingere oggi nasce dalla passione per la fisicità del mezzo, che mantiene un ritmo lento e tangibile, lontano dalla velocità del consumo digitale. La pittura richiede un’attenzione diversa, più profonda, che radica chi la pratica nel presente in modo autentico e sensoriale.
Con la sua opera, Rachele Frison contribuisce a dimostrare che la pittura contemporanea italiana è viva, capace di intrecciare antico e moderno in forme che parlano sia al passato sia ai tempi che stiamo vivendo.
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