Il 18 luglio 2026 il museo Calouste Gulbenkian di Lisbona ha riaperto dopo diciotto mesi di lavori intensi. Un intervento che ha ridato respiro agli spazi, riportandoli a quella freschezza che, nel tempo, si era affievolita. Il motivo? Il settantesimo anniversario della sua fondazione, un’occasione perfetta per riscoprire uno dei gioielli dell’architettura modernista applicata ai musei.
Tra grandi vetrate luminose e giardini curati con attenzione, l’edificio, progettato da Ruy Jervis d’Athouguia, Alberto Pessoa e Pedro Cid, torna a dialogare con la natura, un rapporto che negli anni era stato smorzato da aggiunte e modifiche poco felici. Non si è trattato di un restauro qualsiasi, ma di un lavoro di sottrazione: togliere il superfluo per far emergere di nuovo l’esperienza autentica, quella che il pubblico viveva già nel 1969. Niente schermi invadenti o tecnologie rumorose, il museo invita a un ritmo lento, quasi meditativo, per assaporare ogni dettaglio.
Al centro di questo intervento c’è un equilibrio delicato tra la volontà di rispettare il progetto originale e l’esigenza di tenere conto dell’evoluzione culturale degli ultimi cinquant’anni. A guidare il lavoro sono stati gli architetti Frédéric Ladonne e Teresa Nunes da Ponte, sotto la direzione artistica di Xavier Salomon, arrivato al timone del museo nel 2024. Salomon spiega che non si è trattato di ricostruire il passato pedissequamente né di un restauro archeologico. Piuttosto, l’approccio è stato critico e contemporaneo, tenendo conto delle nuove scoperte e delle pratiche museografiche moderne. Lo spirito del ’69 viene così fatto rivivere senza nostalgia e senza il rigore ossessivo del dettaglio originale, ma accogliendo i cambiamenti degli studi e dei materiali. Si è tornati a usare i materiali originari, eliminando alcune modifiche sbagliate introdotte negli anni Ottanta, per recuperare soprattutto quel rapporto stretto tra natura e collezione che era il cuore del progetto iniziale.
Questa scelta di togliere piuttosto che aggiungere ha evitato che il museo diventasse un’“istituzione” troppo rigida, incastrata nel passato. Oggi il museo si presenta come un organismo vivo, pronto ad aprirsi a nuove interpretazioni, mantenendo fresca e attuale l’esperienza di visita. Il progetto originario diventa così un riferimento culturale e metodologico, non un dogma immutabile.
L’edificio torna a farsi riconoscere nella sua forma originale grazie a interventi mirati che hanno eliminato aggiunte e modifiche che negli anni avevano offuscato la visione degli architetti. Le grandi vetrate, prima oscurate da tende e schermature, sono state liberate, ripristinando la luce naturale e la continuità visiva tra gli ambienti interni e il giardino disegnato da Gonçalo Ribeiro Telles e António Viana Barreto. Al posto di tende, ora pellicole sottili filtrano la luce senza interrompere il collegamento con la natura.
Anche gli interni sono stati riportati alla loro atmosfera originaria: le pareti in seta sono tornate nelle sale, come pure la moquette verde nelle stanze dedicate all’arte europea. Alcune pareti divisorie introdotte negli anni Duemila sono state tolte per allargare lo spazio e far respirare meglio gli ambienti. Il nuovo allestimento prevede vetrine con vetri antiriflesso, che quasi fanno sparire il confine tra visitatore e opere.
Salomon sottolinea come non siano stati inseriti schermi o animazioni multimediali invasive: solo didascalie discrete e pannelli esplicativi, per non distrarre dalla bellezza delle opere e dell’architettura. L’idea è di offrire una visita lenta, dove a guidare è la luce naturale, lo spazio aperto e il dialogo tra le opere.
Qui non si segue una semplice cronologia o un percorso geografico tradizionale. L’esposizione racconta la biografia cosmopolita di Calouste Gulbenkian e la sua visione unica del collezionismo. Il viaggio parte dall’antichità, con reperti dell’Egitto, della Mesopotamia, della Grecia e di Roma, per poi toccare l’Asia e tornare in Europa, con opere dell’Ottocento, l’epoca in cui visse lo stesso Gulbenkian.
L’obiettivo è offrire spunti di riflessione su culture diverse, senza pretendere di fare la storia universale dell’arte. La collezione diventa uno strumento per capire gli scambi culturali, le contaminazioni e le tradizioni comuni, restituendo a ogni oggetto la sua autonomia nel contesto.
Un esempio significativo è la nuova disposizione delle lampade mamelucche: tolte dalle vetrine uniche del passato, ora sono esposte singolarmente, illuminate dalla luce naturale del cortile interno. Questa scelta valorizza la leggerezza e la forma di ogni lampada, mettendo in risalto il valore autonomo delle opere. E molte opere conservate nei depositi sono tornate a prendere vita nelle sale, come le stampe giapponesi, le tabacchiere d’oro o il grande parasole veneziano, inserite in un percorso che unisce con armonia arti “minori” a dipinti e sculture di grandi maestri.
L’allestimento evita la tradizionale separazione tra arti “nobili” e oggetti decorativi. Piccoli manufatti dialogano alla pari con dipinti, sculture e manoscritti preziosi. Questa visione era nel cuore stesso di Gulbenkian: una mattonella può avere lo stesso valore di un Rembrandt. Il percorso spazia dai grandi maestri italiani del Rinascimento a Rubens, Rembrandt, Turner, Corot, Millet e ai protagonisti dell’Impressionismo come Monet e Renoir, selezionando episodi che riflettono i gusti e l’estetica del collezionista.
Così il museo si trasforma in un organismo vivo e dinamico. Non si limita a contenere la collezione, ma la esalta con una luce studiata, una disposizione pensata, ambienti fluidi e una profondità culturale che emerge da ogni oggetto. Il progetto restituisce al museo la sua unità originaria, come l’aveva immaginato Calouste Gulbenkian.
Il Gulbenkian sembra rincorrere un’idea di totalità simile a quella della Biblioteca di Babele di Borges: un universo ricco di conoscenza, dove ogni oggetto si inserisce in una rete di riferimenti e scambi culturali. Il museo presenta culture lontane ma connesse, offrendo una chiave per leggere un mondo sempre più globale, anche se le prospettive e la mobilità sono cambiate nel tempo.
Invita a riflettere sulle radici e sull’evoluzione della storia umana, mostrando che la globalità non è un concetto nuovo, ma un fenomeno che attraversa epoche e tradizioni diverse. Nel suo dialogo continuo, il museo incarna l’eredità di Gulbenkian e la sua visione cosmopolita. Il patrimonio esposto è una finestra aperta sul mondo e sulla sua complessità, un racconto in cui passato e presente si intrecciano.
La riapertura del museo Calouste Gulbenkian è così un’occasione per riscoprire un luogo che non solo custodisce opere preziose, ma offre al pubblico il tempo e lo spazio per vivere un’esperienza museale intensa e contemporanea, dove ogni passo e ogni sguardo diventano parte di un dialogo vivo e appassionante.
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