Nel cuore di Milano, un omaggio prende forma. Al Pirelli HangarBicocca, l’8 ottobre 2026, si apre una retrospettiva dedicata a Luciano Fabro, artista che ha trasformato lo spazio in materia viva. Cinquanta opere, tra sculture e installazioni, attraversano cinquant’anni di un percorso fatto di tensioni tra percezione e ambiente. Fabro non ha mai creato semplici oggetti da ammirare, ma veri e propri “habitat” da abitare con il corpo e con lo sguardo. Milano, città che lo ha visto crescere e insegnare, rende omaggio a un maestro il cui lavoro continua a sorprendere, nonostante il passare del tempo.
Il titolo della mostra è già tutto un programma: “Abitare lo spazio” riassume il cuore pulsante dell’opera di Fabro. Qui non si parla di sculture da ammirare a distanza, ma di spazi concreti, fatti di luce e mura reali, che si possono attraversare, abitare e sentire. L’opera diventa così un interlocutore vivo, che entra in relazione diretta con chi la osserva.
Curata da Fiammetta Griccioli, Roberta Tenconi e Vicente Todolí, con la collaborazione di Silvia Fabro, la rassegna offre un’esperienza in cui è l’ambiente stesso a prendere vita nel dialogo con il pubblico. Alcuni degli habitat ideati da Fabro sono ricostruiti per l’occasione, così da far percepire l’evoluzione del suo lavoro dagli anni Sessanta fino alle ultime creazioni.
Più che semplici contenitori, gli spazi diventano protagonisti dinamici, capaci di cambiare in base alla presenza del visitatore e di stimolare nuove sensazioni. Un modo diverso di vivere l’arte, dove il pubblico non è spettatore passivo ma parte attiva.
Quando Germano Celant coniò il termine “Arte Povera” nel 1967, Fabro fu senza dubbio uno dei protagonisti di quel movimento, anche se mai del tutto rinchiuso in quella definizione. Se l’Arte Povera voleva mettere in discussione la tradizione della scultura e ridurre il peso ideologico dell’oggetto, Fabro portò avanti la sua ricerca usando forme immediate, spesso tratte dal quotidiano, per spogliarle del loro valore simbolico.
Condivise con il gruppo l’uso di materiali semplici e insoliti e la volontà di ridefinire il ruolo dell’opera d’arte. Ma la sua cifra poetica si sviluppò in modo autonomo, con un’attenzione particolare allo spazio e alla percezione, che lo resero una voce originale nel panorama italiano. La sua scultura si trasformò in un centro di riflessione che abbracciava la storia dell’arte, il rapporto con la tradizione e l’innovazione, spesso con uno sguardo critico verso le categorie estetiche.
Fabro non si lasciò ingabbiare nelle etichette, né le rifiutò con decisione. Scelse una strada personale, attraversando gli stimoli del suo tempo senza subirli passivamente. La retrospettiva di Milano racconta proprio questa complessità, mostrando un artista che va oltre le definizioni semplicistiche.
Al centro della sua ricerca c’è l’idea che la scultura non sia un oggetto fermo da guardare da lontano. Le sue opere sono dispositivi attivi che modificano la percezione e l’uso dello spazio intorno a sé, cambiando il modo in cui il corpo entra in relazione con l’ambiente.
L’influenza di Lucio Fontana e Piero Manzoni si sente, soprattutto nella sperimentazione dello spazio e della materia. Ma Fabro spinge oltre, facendo dello spazio un vero e proprio strumento di conoscenza. Le sue installazioni coinvolgono il visitatore in modo totale, trasformando l’esperienza in qualcosa di unico e coinvolgente.
Specchi, superfici riflettenti, materiali che vanno dal marmo al vetro, dalla seta al piombo: un linguaggio materico studiato per moltiplicare la relazione con lo spazio e con chi osserva. Architetture leggere e materiali flessibili spesso si traducono in labirinti o percorsi che accolgono e guidano il pubblico.
Nato a Torino nel 1936 e cresciuto in Friuli, Fabro trovò a Milano, dove si trasferì nel 1959, il terreno ideale per crescere artisticamente. Qui si confrontò con artisti, critici e architetti, vivendo in prima persona i cambiamenti culturali che segnavano la scena creativa del momento.
Milano fu la sua base di sperimentazione e condivisione. Negli anni Settanta partecipò all’esperienza della Casa degli Artisti, fondata insieme a Hidetoshi Nagasawa e Jole De Sanna, un vero centro di innovazione e dialogo tra diverse forme d’arte.
Parallelamente, Fabro insegnò all’Accademia di Belle Arti di Brera dal 1983 al 2002, lasciando un segno profondo su molte generazioni di studenti e contribuendo a rafforzare la cultura artistica italiana. Da Milano partì la sua ricerca, e a Milano torna ora, quasi vent’anni dopo la sua morte nel 2007, il riconoscimento con una grande mostra che vuole far conoscere il lato più complesso e sfaccettato di uno degli artisti più importanti del secondo Novecento.
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