Boras, una città svedese di poco più di centomila abitanti, ha iniziato a reinventarsi nel 2008. Le sue strade, un tempo dominate dall’industria tessile, oggi ospitano sculture e opere d’arte contemporanea che raccontano un nuovo capitolo. A soli sessanta chilometri da Göteborg, Boras si è guadagnata il soprannome di “città delle sculture” grazie alle installazioni permanenti disseminate ovunque. Adesso, con la nona edizione della sua Biennale d’Arte, in corso fino al 27 settembre 2026, si trasforma in un vero e proprio laboratorio a cielo aperto. Non si tratta solo di esposizioni: performance e interventi site specific si intrecciano con la memoria storica e le sfide ambientali che la città sta ancora affrontando.
Fondata nel 1621 da Gustavo II Adolfo, Boras nasce come punto di passaggio importante per i mercanti ambulanti. La sua posizione, tra la costa occidentale e Jönköping e vicino al porto di Göteborg, ha favorito lo sviluppo dell’industria tessile, che dall’Ottocento in poi è stata il cuore pulsante dell’economia locale. I cotonifici, tra i primi in Svezia, hanno sfruttato le risorse del fiume Viskan e il clima umido per la produzione. Ma la città ha attraversato momenti difficili, con incendi devastanti tra il XVII e il XIX secolo. Oggi Boras ha trovato un equilibrio tra industria e cultura, diventando un polo contemporaneo dove il passato manifatturiero si mescola a ricerca, innovazione e creatività artistica.
L’industria tessile non è solo un ricordo: nel simbolo della città spiccano due forbici da lana, a testimonianza di un legame forte con la tradizione. Grazie a collaborazioni con università e centri di ricerca, le imprese locali tengono viva questa eredità guardando a un futuro più sostenibile. La Boras Art Biennial prende proprio questo patrimonio come punto di partenza per riflettere sulle trasformazioni economiche, sociali e ambientali portate dall’industrializzazione. La mostra propone una nuova lettura di come il lavoro e la produzione abbiano cambiato la percezione del tempo e l’equilibrio con la natura.
Gli artisti chiamati a partecipare alla biennale provengono da Europa, Africa, Asia e Oceania. Tra i nomi spiccano Sampson Addae , Petra Bauer , Nanna Debois Buhl , Terike Haapoja , per una dozzina di creativi in tutto. Le loro opere – installazioni, performance, video e interventi pubblici – affrontano temi come migrazioni, lavoro femminile, colonialismo, uso delle risorse naturali e crisi climatica.
La curatrice Taru Elfving, studiosa finlandese impegnata su ecologia e femminismo, spiega che la mostra evita sia il catastrofismo che un ottimismo tecnologico a tutti i costi. L’obiettivo è immaginare nuovi modi di relazione tra esseri viventi, ambiente e tecnologia, cercando alleanze che superino la tradizionale visione antropocentrica.
Al centro della mostra c’è il tessile, visto come archivio vivo di storie e legami sociali. L’artista Sampson Addae ha coinvolto la comunità nella raccolta di abiti usati, trasformandoli in grandi installazioni fatte di cuciture e intrecci. Questi “corpi anonimi” di stoffa raccontano storie di consumo, identità e disuguaglianze. Le opere si distribuiscono tra il museo d’arte e quello del tessile, mentre nelle botteghe locali nascono piccole sculture create con la partecipazione dei cittadini.
In un altro dialogo con la storia, Petra Bauer mette insieme immagini d’archivio delle fabbriche tessili, manifesti del movimento socialista femminile e fotografie di donne migranti attive oggi in Svezia. Riporta così nelle vetrine pubbliche di Boras poster storici, recuperando vecchie forme di comunicazione collettiva ormai sostituite dalla pubblicità e dai social media.
L’ecologia è un filo rosso che attraversa molti lavori della biennale. Terike Haapoja affronta il tema del “capitalismo animale” con un murale lungo il fiume Viskan dedicato a tutti i soggetti invisibili – umani, animali, insetti e piante – coinvolti nell’industria tessile. Diverse bandiere reclamano i diritti degli animali negli spazi pubblici, mentre una videoinstallazione intreccia i flussi dell’acqua del fiume con quelli del capitale globale.
Al Museo del Tessile, Paola Torres Núñez del Prado presenta un’opera originale: “Weaving Gardens ”. Smonta un telaio svedese tradizionale per intrecciarvi un tessuto vivo di licheni e muschi, alimentato da un sistema di irrigazione che produce anche suoni legati ai cambiamenti di umidità. Alla fine della biennale, muschi e licheni torneranno in natura, mentre un algoritmo di intelligenza artificiale genera motivi tessili ispirati alle tradizioni andine, suggerendo un’altra idea di tecnologia e progresso.
Le serate in città si animano con le performance: Sohorab Rabbey guida un corteo in cui i performer portano grandi tessuti in una processione che trasforma il tessile in un corpo collettivo in movimento, evocando intrecci tra lavoro, natura e storie personali.
La Boras Art Biennial 2026 usa stoffe e acque come metafore per ripensare il legame tra persone, ambiente e tecnologia. Una conferma della città come laboratorio vivo di una nuova cultura industriale e ambientale.
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