In un sottoportico del centro storico di Reggio Emilia, sei vetrine si sono trasformate in qualcosa di inatteso: una galleria d’arte a cielo aperto. Marco Cappelletti, fotografo veneziano nato nel 1987, ha portato qui 190 scatti che raccontano il campo profughi di Ritsona, in Grecia. Non sono solo fotografie, ma storie di vite sospese, di spazi che diventano casa. La freddezza dei moduli prefabbricati, freddi e burocratici, si mescola alle tracce di umanità che emergono dalle immagini. E proprio sotto quel sottoportico, che di notte accoglie chi non ha un tetto, nasce un dialogo potente tra realtà urbana e fotografia.
Marco Cappelletti vive e lavora a Venezia, dove ha affinato la sua sensibilità artistica dopo il diploma in fotografia al CFP Bauer di Milano. Il suo lavoro ha raggiunto palcoscenici internazionali, dalla Biennale di Venezia al Centre d’Architecture di Parigi. Ma qui a Reggio Emilia si presenta un progetto con un’impostazione precisa e quasi ossessiva. Le 190 fotografie sono disposte in una griglia rigorosa che riproduce fedelmente l’assetto dei moduli prefabbricati del campo profughi di Ritsona, fotografati nel 2018.
Il risultato è forte e immediato: ogni immagine corrisponde a un container, come una sorta di inventario visivo. Quegli edifici modulari, pensati per chi vive in emergenza, si trasformano in volumi ripetitivi, quasi ipnotici nella loro monotonia. Il lavoro mette in luce la macchina burocratica che prova a controllare tutto, riducendo le persone a numeri. La precisione nella disposizione delle foto richiama subito quella sensazione di controllo totale, in cui non c’è via d’uscita.
Ma dietro questa ripetizione si nasconde un disagio profondo. Le immagini denunciano una de-umanizzazione, un’assenza di identità dove ogni segno personale sembra cancellato. Non si tratta solo degli spazi fisici: questa catalogazione sembra estendersi agli abitanti, trasformati in dati, in riferimenti anonimi. Cappelletti costringe chi guarda a confrontarsi con questa realtà distopica, mostrando come la fotografia sappia raccontare anche l’oppressione invisibile dietro la gestione dei rifugi.
Nonostante l’impatto iniziale di freddo e controllo, guardando con calma emerge un’altra storia. Cappelletti non mostra mai le persone, ma lascia emergere le tracce del loro passaggio. Un lenzuolo appeso, qualche oggetto lasciato lì, piccoli ornamenti posizionati con cura: sono segni di una volontà di rendere quei luoghi meno anonimi. Una resistenza silenziosa, un bisogno primordiale di costruire un “nido” in un ambiente che dovrebbe essere invece impersonale e vuoto.
Questi piccoli segni raccontano la dignità di chi abita quegli spazi. Ogni dettaglio, dal più semplice decoro a un oggetto fuori posto, sfida quella monotonia imposta dall’esterno. Cappelletti restituisce così calore e vicinanza a un luogo che potrebbe sembrare solo freddo e alienante.
La scelta di escludere le persone in carne e ossa sposta l’attenzione sulle loro impronte materiali. Così il racconto diventa più universale e apre una riflessione sulla condizione dei rifugiati e sul senso di abitare uno spazio in situazioni di marginalità.
La forza di questa mostra cresce grazie al luogo che la ospita. NEUTRO, spazio espositivo nel sottoportico di Reggio Emilia, non è una galleria qualunque. Nel cuore storico della città, questo passaggio è da tempo un rifugio per chi non ha una casa, che nelle ore notturne vi posa i suoi cartoni.
Questa realtà dialoga direttamente con le immagini in mostra. Le sei vetrine con le foto retroilluminate somigliano a quelle degli annunci immobiliari o delle pubblicità fredde e commerciali. Il contrasto tra la casa vista come prodotto da vendere e la presenza concreta di chi è senza tetto è netto, quasi doloroso.
Di notte, le luci si spengono per lasciare spazio al sonno dei senzatetto, una scelta rispettosa che rende il progetto ancora più reale. In quell’immobilità notturna emerge tutta la drammaticità del problema abitativo, visibile non solo sulle pareti ma anche ai piedi dei visitatori. Il sottoportico diventa così un palcoscenico vero, dove fotografia e vita quotidiana si incontrano e si contaminano.
La mostra di Cappelletti smonta l’idea di casa su due fronti. Da una parte i moduli prefabbricati di Ritsona, ridotti a scatole anonime e ripetitive; dall’altra lo spazio pubblico di Reggio Emilia, che accoglie i senzatetto trasformando il sottoportico in un rifugio fragile e provvisorio.
In questo doppio racconto la casa perde la sua immagine rassicurante. Non è più un luogo sicuro, ma un contenitore freddo, un prodotto di sistemi amministrativi o un fragile riparo nella città. I container e i cartoni diventano simboli diversi di marginalità e di resistenza, che si guardano senza illusioni.
La mostra racconta una realtà abitativa europea, dura e spesso negata. Il progetto spinge a riflettere subito sulle dinamiche di esclusione sociale, facendo emergere, attraverso le immagini e gli spazi comuni, la complessità di un problema che riguarda tutti.
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