Napoli si apre in un doppio racconto, fatto di immagini e silenzi. Alla Galleria Umberto Di Marino, Guendalina Cerruti si immerge nell’interiorità umana, quella fragile ma resistente, plasmata con mani pazienti contro il caos frenetico del mondo moderno. A pochi passi, a Casa Di Marino, Isadora Neves Marques affonda le radici nella preistoria, cercando il filo nascosto del desiderio e delle emozioni antiche, come un eco lontano che ancora parla di passioni e identità. Due mostre, due tempi, un’unica domanda che vibra: cosa vuol dire, davvero, essere umani?
Guendalina Cerruti: l’arte come resistenza artigianale
Guendalina Cerruti, milanese nata nel 1992, ha inaugurato a Galleria Umberto Di Marino la mostra Guendalina Malatesta . Qui espone sculture, installazioni e lavori da parete, tutti costruiti con reti metalliche, fili dorati, piccoli oggetti di latta e carta che sembrano piccole farfalle. Un lavoro paziente e ripetuto, quasi rituale, che si oppone a un mondo sempre più uniforme e senza sfumature.
La forza della mostra sta proprio nell’accumulo di queste fragilità: ogni pezzo, anche piccolo, contribuisce a costruire un linguaggio che racconta le tensioni di oggi. In opere come Farfalle di latta e sagoma di carta o Sunset over the city, la moltiplicazione dei dettagli non è solo una scelta estetica, ma un modo per esprimere un messaggio che è insieme politico e poetico. Le strutture a griglia, visibili in Spiralling e Coming out, diventano barriere ma anche rifugi, simboli di un io che si sente compresso ma non annientato, che resiste e continua a cercare spazi di libertà.
Un filo rosso attraversa tutta la mostra: la salute mentale. Cerruti non racconta storie con parole, ma lascia parlare i materiali e la manualità, che trasmettono un equilibrio fragile, sospeso tra inquietudine e vitalità. Le sue trame dense e materiche parlano un linguaggio diretto, accessibile, che tocca chi guarda senza bisogno di spiegazioni.
Isadora Neves Marques: il desiderio ai tempi della preistoria
Isadora Neves Marques, artista portoghese nata a Lisbona nel 1984, presenta a Casa Di Marino Love in the Paleolithic . Il punto di partenza è un’incisione rupestre della valle di Côa, in Portogallo, che raffigura un rapporto sessuale tra un uomo e un toro. Da qui, l’artista riflette sulla forza del desiderio e sull’intensità delle emozioni, che attraversano i millenni restando immutate.
Neves Marques non vuole ricostruire un passato preciso, ma immagina una preistoria possibile e poetica, dove le immagini antiche entrano nel presente. L’incisione diventa così una porta aperta su una sessualità e un amore primordiali, lontani dai tabù ma profondi e universali.
La mostra si basa su un ritorno alla pittura, accompagnato da una riflessione personale che lega memoria, psicoterapia e archeologia immaginata. Le opere, numerate da 1 a 15, mostrano campiture di colore singole e intense, che sottolineano quanto il sesso e l’amore siano al centro dell’esperienza umana, capaci di superare tempi e culture.
Immaginare per resistere: il filo che unisce le due mostre
Il dialogo tra le due esposizioni si gioca tutto sull’immaginazione come strumento per affrontare tempi difficili. Guendalina Cerruti costruisce microcosmi fatti a mano, piccoli mondi che si oppongono alla stanchezza mentale e alla perdita di senso di oggi. Isadora Neves Marques scava nelle radici più profonde del desiderio, ricordandoci che passioni come gelosia e idealizzazione sono ancora parte del nostro modo di vivere e amare.
Entrambe le artiste trasformano gli spazi in passaggi tra il privato e il collettivo, dove la vulnerabilità diventa forza e occasione di conoscenza. Nel caos del presente, guardano alle origini dell’essere umano, facendo della storia, dell’artigianato e dell’intimità un’arma di resistenza e rinascita culturale.
Napoli si conferma così un luogo vivo, capace di ospitare incontri nuovi e riflessioni profonde sulla natura umana. Qui non si raccontano solo storie personali, ma si aprono finestre su emozioni universali, che attraversano il tempo senza perdere nulla della loro forza.
