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Brion Gysin, il genio nascosto della Beat Generation torna a brillare a Parigi con mostre e incontri esclusivi

Redazione 11 Luglio 2026

Parigi si accende di nuovo per Brion Gysin, un nome a lungo ingiustamente relegato nell’ombra dei più celebri della Beat Generation. Mentre Burroughs e Giorno monopolizzavano i riflettori, lui restava nascosto, un talento sfuggente. Adesso, invece, le sue opere – dai dipinti alle fotografie, dalla scrittura alla musica – tornano a parlare, rivelando un artista capace di attraversare generi con una naturalezza sorprendente. Non è solo sperimentazione fine a sé stessa, ma un intreccio vivo di vita, relazioni e poesia sonora. Un ritratto a tutto tondo, finalmente alla portata di chi vuole conoscere quel protagonista silenzioso e affascinante.

Parigi svela Brion Gysin: la grande mostra al Musée d’Art Moderne

Fino a luglio 2026, il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris , insieme all’IRCAM e alla New Galerie, dedica a Gysin una serie di eventi che culminano nella prima grande retrospettiva al MAM: Brion Gysin. Le dernier musée. Qui sono esposte oltre 140 opere, per lo più dipinti, provenienti dalla collezione completa che Gysin donò poco prima di morire nel 1986. Dopo trent’anni di attesa, finalmente si può vedere da vicino il suo percorso artistico, che lo conferma come una voce centrale e originale della Beat Generation.

La mostra segue le tappe salienti della sua ricerca: dalla fascinazione per il sogno che lo avvicina al Surrealismo – tanto da ricevere una sorta di invito da André Breton – alle esperienze con sostanze psichedeliche come mescalina e funghi allucinogeni. Qui arte e vita si intrecciano a fondo: la sua pittura e calligrafia sono frutto di un’intensa sperimentazione, che mescola scritture giapponese e araba, e si arricchisce di collaborazioni con nomi come Keith Haring e Patti Smith. Un mosaico complesso e vibrante, tutto da scoprire.

La contro-mostra dei “refusés”: la rivolta degli esclusi

Ma non tutti gli amici e collaboratori di Gysin sono stati invitati a questa celebrazione ufficiale. Durante la preparazione della mostra al MAM è infatti scoppiato un piccolo caso: alcuni storici compagni di strada sono stati tagliati fuori. Per reagire, Nathalie Heidsieck de Saint Phalle – figlia del poeta Bernard Heidsieck – insieme a Catherine Thieck e Ramuntcho Matta ha organizzato una contro-mostra dal titolo provocatorio UNDERWOOD 2246449-5 .

In un’atmosfera più raccolta, nella casa di famiglia sull’Île Saint-Louis, si è ricomposto quel primo nucleo di artisti e amici, inclusi i cosiddetti “refusés”. Un’occasione per tornare a raccontare la parte più ribelle e anarchica di quel fermento culturale degli anni ’60. Tra ricordi di feste sfrenate, serate nei club, sperimentazioni con droghe e amicizie intense, emerge un Gysin più umano e contraddittorio. Oggetti simbolo – come un ritratto fotografico di Burroughs, una poesia incisa su una tavoletta di cioccolato conservata in frigorifero o un’opera con “diavoli riflessi” – testimoniano una stagione ancora viva nella memoria di chi c’era.

Parigi e il Beat Hotel: il crocevia di un’epoca

Parigi ha segnato la vita di Gysin fin dai primi anni Trenta, quando arrivò per studiare alla Sorbona. Ma è negli anni Sessanta, al centro della Beat Generation, che la città diventa il suo teatro principale. Il luogo simbolo resta il Beat Hotel, al 9 rue Gît-le-Cœur, nel cuore della Rive gauche. Qui Gysin visse in condizioni spartane, in un ambiente fumoso e decadente, dove arte e psichedelia si mescolavano.

Nel Beat Hotel sperimentò nuove forme di alterazione della percezione, grazie anche ai funghi psilocibinici inviati dal saggista Timothy Leary. Di queste esperienze ha lasciato traccia nell’articolo del 1977 Psacrée Psylocibine, dove racconta con dovizia di dettagli quei viaggi interiori. Negli anni Settanta si spostò poi in un appartamento di fronte al Centre Pompidou, vicino all’IRCAM, continuando a esplorare territori artistici e sonori. Non mancarono viaggi significativi, come quello in Persia nel 1973, raccontato nel libro Voyage à Alamut appena pubblicato da Nathalie Heidsieck, che svela l’interesse di Gysin per la figura mitica di Ḥasan-i Ṣabbāḥ e la leggenda degli Assassini, simboli della sua ricerca mistica e di trasformazione della percezione.

Cut-up, calligrafia e Dreamachine: l’arsenale creativo di Gysin

Tra i contributi più noti di Gysin c’è il Cut-up, tecnica che mise a punto insieme a Burroughs nel Beat Hotel. Consiste nel tagliare e rimescolare testi per tirar fuori nuove combinazioni di senso. Un metodo che affonda le radici nel dadaismo ma che qui diventa un esperimento linguistico all’avanguardia. Questo approccio si riflette anche nelle sue calligrafie, dove mescola tratti della scrittura giapponese e araba, creando opere vive e dinamiche.

La calligrafia diventa per lui un mezzo fondamentale, soprattutto nell’opera monumentale Calligraffiti of Fire , lunga più di sedici metri e protagonista della sala principale della mostra al MAM. Un vero e proprio simbolo della sua fusione tra scrittura e pittura.

Non meno importante è la Dreamachine, un marchingegno pensato per essere guardato a occhi chiusi. Si tratta di un giradischi da 78 giri, con una lampadina da 100 watt e un cilindro di cartone perforato che ruota, creando effetti luminosi ipnotici. Questo congegno stimola visioni e sogni, e rappresenta la sintesi perfetta della sua indagine sulla percezione e il sogno, confermando il carattere sperimentale e multidisciplinare di Gysin.

Nel 2026 tornano le sue registrazioni e gli omaggi di oggi

Il 2026 ha visto l’uscita di due progetti importanti dedicati alle registrazioni sonore di Gysin, curati da Ramuntcho Matta, suo giovane allievo e musicista. Tra questi spicca un vinile con il brano Dreamachine, un pezzo di circa 32 minuti che mescola afrobeat, ambient e minimalismo. Un viaggio sonoro che traduce in musica l’immaginario artistico di Gysin, aggiungendo una nuova dimensione al suo lascito culturale.

A maggio 2026 l’IRCAM ha organizzato una serata in suo onore, con interventi di figure chiave come il curatore Olivier Weil, il direttore del Centro di Poesia di Marsiglia Michaël Batalla e l’artista Oana Avasilichioaei. L’evento ha messo in luce il valore innovativo dei poemi sonori di Gysin, opere che stanno a metà strada tra poesia, arte e musica elettroacustica.

Parallelamente, la New Galerie ha raccolto testimonianze, foto e video che raccontano la parte più vera e meno idealizzata della Beat Generation parigina. Tra immagini di vita quotidiana, oggetti d’epoca e performance dal vivo, si dipana un racconto umano fatto di precarietà e voglia di rivoluzione culturale.

I filmati mostrano concerti al Teatro della Bastille nel 1983, mentre le fotografie di Burroughs e Gysin restituiscono un’immagine autentica, senza filtri romantici. Il lascito di Gysin continua a stimolare riflessioni su arte e percezione, confermando una vitalità e un’attualità che non accennano a spegnersi, grazie anche a chi ha condiviso con lui un pezzo di storia.

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