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Biennale Teatro 2024: Lemi Ponifasio e il viaggio cosmico verso l’ignoto in scena

Nel buio totale del teatro, un uomo vestito da astronauta rimane immobile, un piccolo punto bianco nel nero assoluto del palco. Una donna si avvicina, gli porge il casco con un gesto lento, poi si ritira senza una parola. L’uomo si volta, si alza quasi levitando, come sospinto verso un orizzonte che non si vede, dissolvendosi in un sottile filo di luce che taglia la scena. Dietro di lui, un grande schermo trasparente mostra nebulose che si sfaldano in polvere cosmica. L’immagine richiama subito “2001: Odissea nello spazio”, echi di un viaggio interstellare. Ma non è solo fantascienza: è un rituale che intreccia le radici antiche con un futuro incerto, un ponte tra il tempo profondo e quello che verrà.

Un’esplosione di suoni e simboli per aprire “Star Returning”

Lemi Ponifasio, artista samoano cresciuto in Nuova Zelanda, apre “Star Returning” con un’esplosione sonora e visiva che evoca la nascita dell’universo. Un tuono primordiale riempie l’aria, come magma di lingue infuocate si diffonde fra fumo e polvere, e una presenza emerge dall’oscurità: un volto spettrale, il grido di uno sciamano che risuona come uno spirito antico. La scena si trasforma in un’arena simbolica dove si intrecciano memoria e mito, richiamando le tradizioni sciamaniche di popoli lontani.

Ponifasio si ispira ai rituali della comunità Yi, minoranza etnica del Sud-Ovest cinese, che vive nelle montagne di Yunnan e Sichuan. Già nel suo lavoro precedente, “Stones in Her Mouth”, aveva esplorato simili memorie tradizionali, dedicandosi alle donne Maori. Qui però l’esperienza si allarga a un respiro universale, giocando con l’idea ciclica di nascita, distruzione e ritorno. Non c’è una trama lineare, né significati spiegati; tutto si regge su simboli, gesti lenti e una densità sensoriale che invita lo spettatore a lasciarsi attraversare da ciò che sfugge a una lettura immediata.

Il coro femminile: voce antica tra silenzi e canti misteriosi

Al centro dello spettacolo, donne in lunghe tuniche nere si scambiano sguardi intensi, tra impassibilità e emozioni nascoste. Il loro canto, in parte incomprensibile, non racconta storie nel senso tradizionale. Non serve a comunicare in modo diretto, ma costruisce uno spazio sacro fatto di suoni antichi e vibrazioni ancestrali, sospese fra rituale e trance. Silenzi e pause scandiscono il ritmo, creando momenti di sospensione tra un suono e l’altro, tracciando una lingua senza parole che supera ogni barriera di tempo e cultura.

Con movimenti ieratici e apparizioni che sembrano sfidare il tempo, il coro si muove fluido e rituale, accompagnato da oggetti simbolici: ombrelli, bandiere rosse e bianche, logore e consumate, simboli di imperi caduti e promesse tradite. Questi elementi raccontano la storia di popoli e culture segnate da violenze e perdite, ma che conservano una dignità antica che si fa voce nel presente. Ogni gesto, ogni passo, è attraversato da una tensione tra passato e presente, riempiendo lo spazio di una memoria collettiva condivisa.

Tra catastrofe e speranza: il futuro immaginato dalla scena veneziana

Nel corso dello spettacolo, compare un uomo solo. Il corpo avvolto in un panno bianco, simbolo universale di fragilità e forse resa. Dietro di lui scorrono immagini di esplosioni atomiche e detriti, un richiamo a una possibile catastrofe globale. La bandiera bianca non è solo segno di resa, ma anche un invito alla pace, un appello urgente alla responsabilità di tutti.

Il suo corpo, adagiato con cura, diventa immagine di un’umanità che attraversa ferite profonde senza rinunciare al dialogo con la natura e l’universo. I suoi movimenti richiamano mappe di terre, frane, scosse telluriche: disegni invisibili che raccontano la terra in mutamento, mettendo in scena un mondo sospeso tra devastazione e speranza. Tragedia e bellezza si intrecciano, spingendo chi guarda a riflettere sul presente caotico e sulle strade possibili per un domani diverso.

Tra danza e rituale: tradizione e modernità si incontrano

“Star Returning” è anche una danza dove si mescolano ritmi antichi e movimenti contemporanei. Le figure si muovono in cerchi, in file ordinate, oscillano lente o si spezzano in scatti dal respiro percussivo. Applausi ritmici di mani e avambracci scandiscono il tempo, mentre alcuni gesti richiamano antichi riti di propiziazione, diventando al tempo stesso espressione di una sensibilità moderna.

Questo intreccio fra rituale e innovazione si percepisce come un filo che unisce culture diverse, senza gerarchie. L’opera di Ponifasio si confronta con il lascito di maestri come Romeo Castellucci o Bob Wilson, ma mantiene una voce originale e autonoma. La scena diventa così uno spazio d’esplorazione, una ricerca visiva e sensoriale per varcare mondi sconosciuti e dimensioni spirituali fuori dagli schemi abituali.

L’astronauta immobile che chiude lo spettacolo riassume questa ricerca: simbolo del viaggio umano più profondo, verso l’ignoto, la trascendenza o forse l’unica via possibile di salvezza. Lo spazio sembra infinito, il cammino incerto, ma lui continua a fluire, accompagnato da un silenzio carico di domande e possibilità.

Redazione

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