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Guglielmo Maggini a z2o Sara Zanin: l’arte che indaga l’esistenza e gli incontri della vita

Redazione 28 Giugno 2026

A Roma, in via Alessandro Volta, una piccola galleria ospita un universo silenzioso. Guglielmo Maggini, scultore con radici profonde nella città, plasma la materia per dare voce a relazioni spezzate e abbracci mai dati. Nove sfere di ceramica, fragili e potenti, si dispiegano nello spazio della Z2O Sara Zanin: ognuna porta con sé un frammento di vita, senza scivolare nel facile sentimentalismo. Sono storie di distanze invisibili, di emozioni che affiorano a fatica, di quei naufragi interiori che spesso restano muti.

Nove sfere, nove storie: il racconto di un’intimità frammentata

Le nove sfere di ceramica, sospese o adagiate nello spazio della galleria, sono il cuore pulsante della mostra. Ognuna porta un titolo evocativo, da “Il sogno di un pappagallo” a “Giudizio universale” fino a “Attratto dalle cose curve”. Titoli che sembrano misteriosi, ma che si aprono come finestre su episodi o emozioni vissute dall’artista, e su riflessioni più ampie sulle difficoltà di stare insieme.

Queste sfere sembrano grani di un rosario muto: pesano e tacciono, invitando chi le guarda a misurare il proprio tempo interiore. Non sono scene già definite: ogni titolo è un invito a fermarsi e a ritrovare quelle emozioni spesso taciute o dimenticate. La ceramica, fragile e al tempo stesso resistente, diventa così simbolo di un’arte antica e malleabile, ma anche metafora di legami che si possono spezzare e ricostruire.

Ferite emotive tra famiglia, distanza e accettazione

La mostra è un viaggio lento nei rapporti umani. Maggini si concentra sull’abbraccio mancato, quel dolore che non sempre si vede, ma si sente forte. Non c’è qui nessun eccesso di pietismo, ma una sorta di rituale meditativo, quasi un esorcismo che prende forma sulle superfici ceramiche deformate, segnate da movimenti e tensioni.

La locandina della mostra, con il ritratto dei genitori dell’artista, suggerisce quanto il nucleo familiare pesi nei conflitti e nelle distanze che l’installazione racconta. Qui la famiglia non è solo affetto, ma anche spazio di fratture e incomprensioni. Il sentimento del naufragio è un filo che attraversa tutto, ma è un naufragio controllato, scelto come modo per sopravvivere e accettare. L’arte di Maggini diventa così terapia: lascia andare il controllo e la corazza, per aprirsi al rischio di un confronto vero.

Tra passato e presente: il dialogo visivo di Maggini

L’opera di Maggini si inserisce in un confronto aperto con maestri e movimenti di ieri e oggi. L’allestimento richiama la grazia dei libri rinascimentali, come quello di Niccolò Pellipario, mentre la materia si allunga e si lacera come nell’espressionismo tormentato di Leoncillo. Il richiamo a Lucio Fontana è evidente nella rottura degli spazi e nell’idea di andare oltre la superficie, superando la barriera tra forma e contenuto.

Un aspetto importante è la lettura postmodernista che Maggini dà alla ceramica: un materiale antico, riletto con tecniche moderne e una sensibilità che attraversa corpo e identità. Le forme, spesso implose e quasi liquide, accumulano tensione come se cercassero una nuova vita, un rifugio dove non ci sono altri corpi a sostenerle. Questa difficoltà nel gesto affettivo diventa centrale nel lavoro dell’artista, che riflette sulla fatica di costruire ponti veri in un’epoca dominata dall’individualismo.

L’abbraccio, gesto fragile e necessario

Per Maggini, l’abbraccio non è solo un segno d’affetto, ma un rito che mette in gioco il proprio io protetto. È un gesto che chiede vulnerabilità, quella stessa vulnerabilità che oggi si tende a nascondere o a negare. La mostra racconta questo paradosso attraverso la ceramica che si piega e si apre per fare spazio all’altro.

L’altro, per l’artista, non è una minaccia ma la casa dove si costruisce l’identità. Il percorso espositivo fa capire come Maggini veda il contatto come un dialogo in cui si lascia all’altro il potere di definirsi. Così, l’arte diventa un linguaggio primordiale per dire “tu esisti, io sono qui”. Un gesto semplice ma potente, che allontana la solitudine e apre una nuova prospettiva sulle relazioni.

Il lavoro di Maggini è un’immersione nelle ferite dell’anima e nelle possibilità che si aprono accogliendo queste fragilità. È una sfida a guardare oltre le distanze, a riconoscere nell’altro una presenza necessaria per andare avanti. Così la mostra si trasforma in una mappa emotiva, dove forme, titoli e silenzi dialogano e restano sospesi, con equilibrio e partecipazione.

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