Appena entri al MARV di Gradara, un profumo leggero ma persistente ti avvolge. Non è un effetto casuale: è Janhyang, l’essenza che impregna l’aria, parte integrante dell’installazione firmata da Bongsu Park, artista coreana trapiantata a Londra. La sua mostra, cuore pulsante della sesta edizione di Gradara Contemporanea, mescola memoria, natura e tempo. Il percorso si dipana tra le radici medievali delle Marche e il presente, coinvolgendo non solo gli occhi, ma anche tatto e olfatto. È un’esperienza sensoriale che sorprende, soprattutto in un museo immerso in un borgo dell’entroterra, ma con velleità internazionali ben supportate da una rete curatoriale solida e ambiziosa.
Il MARV, Museo d’Arte Rubini Vesin, si trova nel centro di Gradara, piccolo centro culturale che ha scelto di aprirsi al contemporaneo con un approccio fuori dagli schemi. Luca Baroni, direttore del museo e della Rete Museale Marche Nord, non nasconde la missione che anima questo spazio: “portare opere di livello mondiale in un territorio tradizionalmente poco battuto dalla scena internazionale.” Il limite geografico si trasforma così in un’opportunità, un terreno fertile per una programmazione che va oltre la semplice esposizione, costruendo legami concreti tra artista, luogo e pubblico.
Un ruolo chiave in questo cammino lo gioca la collaborazione con la Rosenfeld Gallery di Londra e il lavoro curatoriale di Riccardo Freddo. La galleria segue un progetto annuale pensato appositamente per il MARV, rifiutando mostre itineranti o format standard. Ogni mostra nasce dall’approfondimento del legame tra l’artista e le caratteristiche del territorio: quella di Bongsu Park segue le esperienze di Araminta Blue e Keita Miyazaki, quest’ultimo presente ora alla Biennale di Venezia dopo essere passato da Gradara. Questo modello cambia la prospettiva sul ruolo del museo in provincia, trasformandolo in un centro vivo che favorisce ricerca e innovazione.
L’opera di Bongsu Park si inserisce in modo naturale nel contesto di una regione con una lunga tradizione nella lavorazione di pigmenti naturali, come il guado, usato fin dal Medioevo per tingere tessuti di verde-azzurro. Le sue tele nascono dalla pressione prolungata di piante sulle superfici, lasciando impronte leggere, quasi sfuggenti: segni che evocano la memoria senza mai definirla con chiarezza. Un invito a riflettere sul rapporto tra natura e tempo, tra ricordo e percezione estetica.
Il colore, che richiama proprio le tonalità antiche del guado, non è casuale. Luca Baroni sottolinea come il lavoro di Park dia nuova vita a un patrimonio spesso dimenticato, rinnovandolo con uno sguardo contemporaneo. Ogni opera diventa così una metafora visiva e sensoriale, un’eco di un passato che sopravvive in materia e immagine. La cura nei dettagli – dal legno che incornicia le tele al piccolo vaso di ceramica con il profumo estratto dalle stesse piante usate per le opere – completa il senso e l’estetica di Janhyang.
Il MARV si distingue per non avere una collezione permanente tradizionale, un aspetto che lo avvicina al modello tedesco della Kunsthalle. Qui i contenuti cambiano continuamente, puntando su mostre concepite e realizzate in loco. La produzione di ogni allestimento coinvolge competenze locali, da artigiani a studenti, intrecciando il lavoro artistico con la vita culturale e sociale del territorio.
Questo metodo crea un rapporto più diretto con lo spazio e il pubblico. Le sale raccolte si trasformano da limite a valore, spingendo i visitatori a soffermarsi, a vivere le opere con calma, senza fretta. L’edizione 2025 ha ampliato la partecipazione di giovani curatori under 25, impegnati a immaginare un percorso accessibile anche a persone con disabilità visive. Grazie alla collaborazione con associazioni locali, l’inclusione sensoriale si estende a tatto e olfatto, sottolineando il carattere sperimentale e aperto delle proposte del MARV.
Gradara Contemporanea dimostra che un piccolo centro non è sinonimo di marginalità culturale, ma può diventare un modello di innovazione e di relazioni forti tra artisti e comunità. La presenza di nomi come Keita Miyazaki, passato poi alla Biennale di Venezia, conferma la validità di un progetto che non corre dietro alla fama, ma punta sulla qualità e sul significato profondo dell’arte.
Il profumo di Janhyang, leggero ma persistente, resta nell’aria mentre si esce dal museo, quasi un invito a tornare. Come una memoria che non svanisce, l’installazione di Bongsu Park allarga lo sguardo sull’arte contemporanea nelle Marche, trasformando un piccolo museo in un laboratorio vivo, capace di guardare al futuro con idee fresche e concrete.
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