A Venezia, giugno 2026: le calli antiche si animano di un’energia nuova, pulsante. La Biennale torna a colorare la città, ma stavolta non si limita a mostrare opere. Racconta tensioni, contrasti, speranze. Tra i tanti appuntamenti, Canicula si fa notare. Nel cuore del Complesso dell’Ospedaletto, dove un tempo risuonavano le voci delle giovani “putte” veneziane, ora si intrecciano arte e tecnologia. Un dialogo che attraversa passato e presente, tra denuncia e poesia, svelando le sfide di un tempo complesso.
Il Complesso dell’Ospedaletto, con la sua lunga storia e l’eleganza architettonica, diventa la cornice ideale per Canicula. La Fondazione In Between Art Film, guidata da Beatrice Bulgari, ha scelto questo luogo per intrecciare arte contemporanea e patrimonio culturale. Costruito a più riprese nel corso dei secoli, l’edificio si presta a un dialogo tra epoche lontane. La mostra si snoda attraverso diversi ambienti che offrono uno sguardo intenso e diretto sul presente, usando un linguaggio fatto di immagini e suoni.
Gli spazi, curati con attenzione da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi, ospitano otto installazioni video site-specific. Queste opere, create appositamente, dialogano con le mura storiche dell’Ospedaletto, trasformandolo in un vero e proprio soggetto artistico. Canicula è la terza tappa di una trilogia che ha preso il via nel 2022 con Penumbra, proseguita nel 2024 con Nebula, e che affronta temi come vulnerabilità e cambiamento.
Il titolo Canicula richiama quei giorni afosi di fine luglio, quando l’aria diventa densa e quasi soffocante. Questa immagine diventa una metafora per un presente sovraccarico di stimoli, crisi ambientali, rivoluzioni tecnologiche e tensioni politiche. La mostra indaga queste sfide usando un linguaggio poco convenzionale, che sfrutta luce, suono e immagini per far emergere riflessioni profonde.
La scenografia, firmata da Ippolito Pestellini Laparelli con Studio 2050+, gioca proprio su questi elementi. Le variazioni di luce e la gestualità dello spazio guidano lo spettatore, modificando il modo in cui le opere vengono percepite. I diversi giochi di ombre creano ambienti che oscillano tra introspezione e urgenza, generando un effetto emotivo forte. Canicula fa sentire il peso di quella “canicola” non solo come fenomeno atmosferico, ma come condizione esistenziale, dando alle installazioni una tensione palpabile.
Nella chiesa di Santa Maria dei Derelitti, progettata da Palladio, si trova una delle opere centrali: Baby I’m Yours, Forever di Janis Rafa. Realizzata in un ex impianto frigorifero di un’industria della carne, l’opera affronta con crudezza temi come sacrificio, vita e morte. Le immagini dei corpi richiamano i maestri inquietanti come Francis Bacon e Chaïm Soutine, mescolando disagio e fascino.
L’atmosfera sacra della chiesa amplifica il senso di inquietudine, creando un forte contrasto tra il contenuto dell’opera e il luogo che la ospita. L’installazione è pensata per suscitare una risposta emotiva intensa: i corpi non sono solo materia, ma simboli della fragilità e del ciclo inevitabile dell’esistenza. Il percorso è scandito da luci al neon numerate, che ricordano corridoi industriali o ospedalieri, creando un’atmosfera sospesa tra realtà e simbolismo.
Una scala a chiocciola porta dal piano terra al primo piano, dove si trova Terminal Lucidity di P. Staff. L’opera immerge il visitatore in un vortice sensoriale che esplora la lucidità terminale, quel momento in cui alcune persone, vicine alla morte o affette da malattie gravi, sperimentano una chiarezza mentale inaspettata. Il progetto si muove sul filo sottile tra percezione reale e allucinazione, accompagnando chi osserva in una dimensione quasi ultraterrena.
L’esperienza multisensoriale ribalta la percezione abituale di tempo e spazio, stimolando riflessioni su cosa resta di noi negli ultimi attimi. Terminal Lucidity diventa così un viaggio intimo e collettivo, che mette al centro la mortalità e la memoria, esplorando la fragile linea tra coscienza e oblio.
Al primo piano, nella storica Sala della Musica, trova posto 450XL: The Story of a Fugitive Sound di Lawrence Abu Hamdan. Questo ambiente settecentesco è legato alla musica e all’educazione delle giovani orfane, le cosiddette “putte”. Collocare qui l’opera dà un significato profondo, unendo passato e presente attraverso il suono.
L’installazione ricostruisce un episodio accaduto a Belgrado durante una manifestazione pacifica, dispersa con onde sonore direzionali, una tecnica di controllo acustico. Con video e registrazioni, Abu Hamdan indaga l’uso politico del suono come strumento di repressione. Il lavoro mette sotto i riflettori il rapporto tra tecnologie di controllo e libertà di espressione, restituendo in modo vivido l’esperienza della protesta e delle tensioni sociali.
L’ultima tappa è in cinque stanze di un’ex casa di cura, dove si proietta Wishful Thinking, lavoro di Roman Khimei e Yarema Malashchuk. L’opera usa l’intelligenza artificiale per raccontare storie di anziani soldati russi sulla guerra in Ucraina. Queste testimonianze si intrecciano con riflessioni sull’ultimo stadio della vita, un confronto con i propri “fantasmi”.
L’installazione parla di memoria collettiva e personale in situazioni di conflitto e trauma. Il ricorso alla tecnologia come mezzo narrativo apre nuove strade, mettendo in luce il complesso rapporto tra storia e rappresentazione artistica. Il luogo – un ex istituto medico – rende l’esperienza ancora più personale e intima.
Canicula si presenta così come un mosaico complesso, dove ogni opera contribuisce a raccontare le grandi sfide del presente. La mostra intreccia la storia di Venezia con le trasformazioni del nostro tempo, invitando chi la visita a guardare in faccia un mondo in cambiamento.
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