# San Gimignano si trasforma sotto il segno di Antony Gormley
Le sue sculture non si limitano a occupare uno spazio: lo plasmano, lo riscrivono. Varcare la soglia della Galleria Continua, dove What Holds Us resterà fino al 13 settembre 2026, vuol dire entrare in un dialogo serrato tra corpo umano e architettura. Gormley, membro della Royal Academy da oltre vent’anni, scava dentro la carne per estrarne forme e volumi, mescolando blocchi, vuoti e superfici che sembrano fatte di pietra, terra, metallo e persino cartone. Non cerca il realismo, ma un linguaggio sospeso, evocativo, che ci invita a riflettere sul nostro essere, qui e ora.
Gormley rompe la figura umana tradizionale, immergendola in una nuova dimensione fatta di elementi cubici e parallelepipedi sovrapposti. Le sembianze vengono lasciate da parte per forme essenziali che ricordano gli ingranaggi di un’architettura interna, consapevole e silenziosa. Le sue statue sembrano immobili ma potenti, come cariatidi moderne chiamate a sostenere un peso invisibile. In queste opere il corpo perde la sua mobilità e si trasforma in un insieme di volumi essenziali che contengono materia e vuoto.
I materiali scelti sono diversi e spesso molto concreti: terra, cartone, metalli vari. Questo mix amplia la ricerca di Gormley sulla relazione tra figura e spazio, tra carne e architettura. L’obiettivo è chiaro: non offrire copie realistiche, ma visioni del corpo inedite. «Le copie perfette sono ciò che voglio evitare», ha detto l’artista durante il talk che accompagna la mostra. La sua arte punta a evocare l’essenza del corpo, non la sua apparenza.
Gormley vuole un contatto diretto tra le sue opere e chi le guarda. Le sculture sono posate a terra, sfiorano i muri, senza piedistalli o supporti. Una scelta che richiama mostre storiche, come Primary Structures del 1966, curata da Kynaston McShine, che rivoluzionò il modo di esporre la scultura, abbattendo la distanza tra opera e pubblico. Qui a San Gimignano, i visitatori sono invitati a misurare il proprio corpo e lo spazio intorno, a entrare in contatto senza barriere con volumi che emergono dal pavimento.
Disposte così, le opere perdono la loro distanza classica per diventare parte dello spazio vissuto, quasi elementi di architettura domestica o urbana. Questa scelta espositiva rafforza la poetica di Gormley, che si concentra sull’abitare il corpo e l’ambiente come un’unica esperienza. Ogni statua, ogni blocco, ogni volume vuole costruire un dialogo tattile e visivo, invitando a una nuova percezione dello spazio umano.
Il filo che attraversa la mostra lega il corpo umano alla costruzione architettonica. Gormley vede l’architettura come una “seconda pelle”, un involucro che ci permette di esistere nello spazio, ma è il corpo la casa più vera. Nel talk ha spiegato come il luogo più autentico dove abitiamo non sia una città o un edificio, «ma il corpo, un contenitore in parte ignoto e incontrollabile».
Per l’artista siamo tutti spazi dentro spazi, e il contatto umano si realizza proprio attraverso queste connessioni fisiche e immateriali. L’architettura diventa così il contesto che rende possibile questo abitare e questa relazione reciproca. Un’idea che richiama anche pensatori come Marc Augé, che nel suo libro Nonluoghi sottolinea come l’identità si costruisca nel rapporto con lo spazio e con gli altri, rafforzando il senso di appartenenza e partecipazione.
Tra le opere in mostra spicca Innercity , un’installazione pensata per il teatro di San Gimignano. Qui Gormley costruisce un vero e proprio labirinto fatto di scatole di cartone, una metafora forte delle città di oggi. Il cartone, materiale fragile e temporaneo, rappresenta la precarietà delle relazioni moderne e dei gesti quotidiani, come le consegne a domicilio.
La struttura invita il visitatore a muoversi su più livelli e in posizioni diverse: si passa carponi, schiacciati, di lato. Questo contatto fisico con l’installazione crea un’esperienza intensa, che fa riflettere sulla condivisione, la collettività e le solitudini urbane. Gormley lega questa dimensione al Natale, momento di doni e sorprese, ma in Innercity c’è più una promessa tradita, un regalo vuoto: una scatola da aprire che non contiene nulla. Alla fine, quando i cartoni cominceranno a piegarsi, l’opera diventerà un luogo di incontro, un segno della volontà di stare insieme nella città e nelle relazioni.
Le riflessioni di Gormley si avvicinano a quelle di Alain De Botton, che in Architettura e felicità mette in luce il ruolo fondamentale dell’ambiente nel nostro equilibrio. Ma mentre De Botton punta lo sguardo sul luogo in cui viviamo, Gormley riporta tutto al corpo, la nostra prima architettura. Dov’è davvero il benessere? Forse nelle pieghe di quella pelle che ci avvolge, forse nei pieni e nei vuoti di quei blocchi che ne riscrivono la presenza.
La mostra What Holds Us è aperta fino al 13 settembre 2026 nella suggestiva cornice di San Gimignano. Un luogo dove scultura, architettura e il senso dell’essere umano si intrecciano con forza e precisione, dando vita a un’esperienza che sfida tempo e spazio.
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