Appena varcata la soglia della Tate Modern, un cartello avverte: “Questa mostra potrebbe turbare i più sensibili”. Non è un dettaglio da poco. A Second Life, la retrospettiva di Tracey Emin, non è una semplice esposizione, ma un viaggio nelle pieghe più intime di un’artista che ha trasformato il proprio dolore in arte viscerale. Fino al 31 agosto 2024, Londra ospita quarant’anni di creazioni — tra neon incandescenti, sculture e video — che raccontano storie di traumi, marginalità e rinascita. Quel che colpisce, più di tutto, è la brutalità sincera con cui Emin mette a nudo la propria vita, costringendo chi guarda a confrontarsi con emozioni forti e reali.
Tracey Emin nasce nel 1963 a Croydon, sobborgo a sud di Londra, ma cresce a Margate, una cittadina sul mare nel Kent. La sua vita è segnata fin da subito da episodi di razzismo e ostracismo. Il padre, turco-cipriota, e la madre, inglese con radici rom, subirono dure discriminazioni. Quando la madre aspettava Tracey, la loro relazione mista fu bersaglio di attacchi violenti da parte di vicini e abitanti del luogo, accusati di infrangere regole sociali rigide e poco inclini alla diversità. Anche dopo il trasferimento a Margate, la famiglia non trovò pace: nuovi episodi di esclusione e ostilità segnarono quegli anni. Questo clima di emarginazione si riflette nei lavori di Emin, che non nasconde mai quei dolori, ma li trasforma in narrazioni visive potenti.
L’artista ha scelto di raccontare quelle ferite attraverso arazzi, video e sculture che mettono a nudo la sofferenza subita, senza però rinunciare a una vena di ribellione e rinascita. Quegli anni difficili sono diventati il bagaglio emotivo su cui Emin ha costruito la sua arte, trasformandola in testimonianza e atto di liberazione.
La retrospettiva A Second Life punta su una narrazione diretta, a volte crudele. Il video Why I Never Became a Dancer del 1995 racconta l’umiliazione subita da Emin durante una gara di danza a Margate e si chiude con un ballo liberatorio sulle note di You Make Me Feel di Sylvester. Quel gesto è molto più di una semplice coreografia: è la risposta di un corpo ferito che reclama libertà e identità.
Nel video How It Feels del 1996 Emin affronta con forza il tema dell’aborto traumatico, una sofferenza spesso taciuta. Al centro della mostra c’è anche il rapporto con la madre, raccontato nel dialogo di sei minuti Conversation with My Mum del 2001, girato nel Kent, che mostra la forza di un legame familiare nonostante le difficoltà.
Il percorso mette spesso in primo piano le violenze subite dall’artista, con opere che mostrano corpi sfocati o senza volto, creando un’atmosfera che spinge a riflettere su perdita d’identità e capacità di resistere. Non manca My Bed, il letto disfatto esposto per la prima volta nel 1998 alla Tate Britain, diventato simbolo dell’intimità e del caos interiore di Emin. L’opera fu candidata al Turner Prize nel ’99 e resta uno dei suoi lavori più famosi e discussi.
Tra le installazioni più presenti in mostra ci sono quelle al neon, un mezzo che Emin usa dagli anni Novanta per parlare direttamente al pubblico. La scritta I Want My Time With You del 2018, che accoglie i viaggiatori alla stazione di St Pancras a Londra, sembra un messaggio di desiderio e attesa, nato da un’infanzia segnata da esclusione e sofferenza.
Tra le opere più recenti spicca la scultura in bronzo I Followed You Until The End del 2023, che mostra come Emin continui a esplorare temi come l’amore, la perdita e la fedeltà usando materiali solidi e imponenti. I bronzi, spesso di grandi dimensioni, si trovano nelle varie sale e fondono la delicatezza dei sentimenti con la durezza della materia.
Nonostante i ricordi dolorosi, Emin mantiene un legame forte con Margate, dove vive ancora oltre che a Londra. Qui ha fondato la Tracey Emin Foundation, un ente che sostiene artisti contemporanei con residenze e altre iniziative culturali, dimostrando il suo impegno concreto nel mondo dell’arte oltre la propria produzione.
Uno dei momenti più intensi della retrospettiva è un piccolo quadro bianco con la scritta Why Be Afraid ripetuta dieci volte senza punto interrogativo, seguita da un ultimo, significativo Why. È una domanda aperta, una sfida che Emin lancia a chi visita la mostra. Non è solo un invito a confrontarsi con le proprie paure, ma la sintesi del suo percorso personale da cui nasce tutta la sua arte.
Tracey Emin: A Second Life non è solo una rassegna di opere, ma un viaggio dentro ferite vere e desideri di guarigione attraverso l’arte. Una mostra che racconta senza filtri la complessità dell’esistenza e la forza di trasformare il dolore in creatività universale.
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