
Una moneta infilata nella fessura, un clic lieve, e la luce si accende. È il primo gesto che ti chiede Lydia Ourahmane entrando negli spazi della Fondazione Nicoletta Fiorucci a Venezia. Non una mostra da osservare distrattamente, ma un invito a partecipare, a diventare parte del racconto. Sette opere – non cinque, come suggerirebbe il titolo – si dispiegano lentamente, svelando una Venezia nascosta, fragile, fatta di suoni e oggetti che sfuggono alla fretta quotidiana.
L’artista algerina, tra le voci più vive della scena contemporanea, costruisce un percorso che intreccia memoria, corpo e storia, trasformando ogni sala in un luogo di scoperta e riflessione. Qui, il visitatore non è spettatore passivo, ma protagonista di un rito semplice e potente. Un gesto che, in tempi in cui l’arte rischia di diventare consumo rapido, riporta al cuore il valore della presenza e dell’ascolto.
La luce che svela storie nascoste di Venezia
La prima installazione, “Offerta Luce €1”, chiede di cambiare prospettiva: da semplice visitatore a custode temporaneo della mostra. Inserendo una moneta nella cassettina originale della chiesa di San Giovanni Crisostomo, si accende la luce per tre minuti, illuminando tutto lo spazio espositivo. Quel piccolo contenitore è un pezzo autentico della storia religiosa veneziana, usato un tempo per accendere le luci sulle opere di Giovanni Bellini. Qui diventa un ponte tra passato e presente, richiamando la generosità ma anche la consapevolezza di ciò che spesso passa inosservato.
Dietro questo gesto semplice si nasconde una riflessione profonda sulla necessità di prestare attenzione. L’atto di inserire una moneta diventa un modo per dare valore e riconoscere qualcosa che altrimenti resterebbe invisibile. Questo rapporto tra realtà concreta e significato simbolico attraversa tutta la mostra, che mescola funzione e concetto in un dialogo continuo.
Un molo simbolo tra storia e rinascita sull’isola di Poveglia
Tra le opere spicca “45.3820696, 12.3294242”, un molo di legno lungo dieci metri pensato come approdo sull’isola di Poveglia. Quest’isola della laguna veneziana ha una storia complessa, fatta di isolamento e quarantene, ma oggi è al centro di un progetto di riattivazione che punta a nuove aperture e relazioni.
Ourahmane ha lavorato a stretto contatto con l’Associazione Poveglia per Tutti, costruendo un’opera che è insieme infrastruttura e scultura monumentale. I pali piantati nel pavimento evocano il fondale della laguna e danno l’idea di qualcosa di già radicato, pronto ad accogliere nuovi arrivi. Questo lavoro mostra come l’arte possa fare da ponte, riflettendo sulle storie dimenticate di luoghi marginali e trasformandoli in simboli di identità e rinascita.
Profumi e tracce di vita quotidiana tra memoria e ospitalità
Al secondo piano, il visitatore viene accolto dal profumo di un brodo che bolle lentamente dentro “Soup Rock”, un grande pentolone alimentato da un piccolo fornello a gas. La zuppa, pronta per una convivialità immaginata, richiama momenti di calore e scambio, rafforzando la dimensione umana e sociale dell’opera. Qui il senso si fa anche corpo, e la mostra si percepisce non solo con gli occhi ma con tutti i sensi.
Accanto, una misteriosa incisione scura si presenta come uno stampo a forma d’angelo incastonato nel muro. Provenienti dalla Fonderia Nolana vicino a Napoli, questi stampi dialogano con l’archivio fotografico di Ourahmane e raccontano il rapporto tra negativo e positivo, presenza e assenza. Il lavoro si avvicina al tema dell’ospitalità, molto caro all’artista, che esplora la capacità dei luoghi di accogliere e trasformare, sia in relazione ai corpi fisici sia alle memorie che si sedimentano.
La fragilità delle vite dietro il turismo veneziano
“Manuela, Margherita, Mariana, Monia e Patrizia” è una tenda di perline sospesa, costruita tra ricordi personali e immaginario domestico. La struttura richiama le zanzariere tipiche del Mediterraneo e si lega alle esperienze dell’artista sull’isola e alla vista sul carcere femminile della Giudecca: un’immagine di fragilità, di confini sia materiali che simbolici.
Con questa installazione, Ourahmane esplora l’equilibrio delicato della vita veneziana, soprattutto rispetto al turismo che segna profondamente l’economia e l’identità della città lagunare. La tenda diventa un filtro sottile tra spazio pubblico e privato, un’altra traccia di presenza umana che resiste e si intreccia con i cambiamenti in corso.
La biancheria degli hotel racconta il lavoro invisibile dietro il decoro
Uno degli interventi più concreti e simbolici è “1.3 tons of decommissioned bed linen from 200 Venetian hotels”. Qui l’artista recupera lenzuola dismesse da una lavanderia industriale che serve gli alberghi di Venezia, dando vita a una riflessione sulla materialità e sull’usura del sistema turistico cittadino.
Quel mucchio di tessuti sgualciti diventa la testimonianza tangibile del lavoro manuale e meccanico che sostiene un’economia basata su flussi continui di visitatori. Non sono solo lenzuola usate, ma una memoria materiale che parla di fatica quotidiana, di cicli di consumo e sostituzione spesso invisibili. Ourahmane mette in luce questo aspetto nascosto, trasformandolo in un elemento chiave della mostra.
Un dialogo aperto con il pubblico e le comunità locali
Il progetto di Lydia Ourahmane e della Fondazione Nicoletta Fiorucci costruisce una rete di relazioni complesse. Dalla collaborazione con associazioni come Poveglia per Tutti al coinvolgimento diretto del pubblico, la dimensione sociale e partecipativa è al centro della narrazione.
Le opere nascono da un lavoro creativo condiviso, che costruisce legami fragili e delicati. Il confronto con le persone si intreccia con aspettative diverse, mettendo in gioco il ruolo sia dell’artista che del visitatore, generando uno scambio vivo e a volte imprevedibile. La mostra si nutre di questa tensione, facendo vedere il percorso di mediazione e scoperta reciproca.
Lo sguardo di Ourahmane tra arte concettuale e realtà concreta
Nonostante la complessità dei temi e la ricchezza di stimoli sensoriali e simbolici, il lavoro di Lydia Ourahmane arriva chiaro e netto. La sua pratica, pur definita concettuale, non perde mai di vista la concretezza degli oggetti né la forza delle esperienze personali e collettive.
Attraverso le sette opere sparse nella Fondazione Nicoletta Fiorucci emerge un racconto che lega il concetto di luogo alle tracce invisibili che lo abitano. La mostra apre così un dialogo originale sulla laguna veneziana, sulle sue memorie e sulle sue possibilità di cambiamento, spingendo a riflettere su ciò che spesso sfugge allo sguardo ma che costruisce l’identità profonda di un territorio.



