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Marina Abramović a Venezia: la prima grande mostra al femminile nelle Gallerie dell’Accademia fino al 2026

Il corpo è il mio strumento, il tempo il mio materiale, dice Marina Abramović. Alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, questa affermazione prende forma in modo potente e inedito. Fino al 19 ottobre 2026, il museo ospita la prima grande retrospettiva dedicata a una donna artista vivente, rompendo con la tradizione di uno spazio solitamente votato ai capolavori classici. Qui, l’arte non è solo da guardare: diventa un’esperienza che coinvolge il visitatore, un dialogo tra corpo e tempo, passato e presente, in un’atmosfera carica di energia e meditazione. Venezia, con la sua storia millenaria, si fa così teatro di un incontro vivo e sorprendente.

Tra arte classica e performance contemporanea: un percorso pensato per sorprendere

Curata da Shai Baitel, direttore artistico del Museo d’Arte Moderna di Shanghai, la mostra si snoda tra le sale delle collezioni permanenti e gli spazi temporanei delle Gallerie. Qui convivono opere storiche e nuove creazioni dell’artista serba, spaziando da performance iconiche a installazioni immersive. Video, materiali d’archivio e proiezioni raccontano i temi chiave della lunga carriera di Abramović, centrata sulla fragilità del corpo e sulla relazione energetica con chi guarda.

Al centro dell’esposizione c’è una sorta di linea del tempo che guida il pubblico attraverso le tappe più importanti del suo lavoro, invitando poi a un’esperienza sensoriale che mette in pausa il tempo e invita a lasciare da parte cellulari e altri dispositivi. Cuffie antirumore e accompagnatori aiutano i visitatori a entrare in un dialogo intimo con le opere, capovolgendo il consueto ruolo passivo dello spettatore.

La performance che diventa esperienza partecipativa

Fin dagli anni Settanta, con lavori come Rhythm 0 del 1973, Abramović ha usato il corpo come strumento e messaggio di una comunicazione forte e diretta. La mostra veneziana si basa su questa eredità, trasformando la performance in azioni interattive: ogni visitatore diventa parte attiva dell’opera. Le installazioni chiamate Transitory Objects, fatte di pietra e cristallo, sono pensate per essere toccate, attraversate, vissute da vicino.

Questi lavori invitano a una contemplazione lenta, quasi meditativa, scandita da elementi come i Telepathy Phones, dispositivi senza fili che stimolano una sorta di “chiamata mentale” nel silenzio quasi sacro della sala. Suoni di metronomi lenti e l’assenza di riferimenti temporali creano un’atmosfera sospesa, dove l’energia sembra diventare qualcosa di tangibile e condiviso. La mostra si trasforma così in una sorta di seduta collettiva di cristalloterapia, che sollecita corpo e mente in modo continuo.

Capolavori classici e arte contemporanea: un confronto a volte dissonante

Una delle scelte più interessanti è il confronto tra alcune opere di Abramović e capolavori veneziani famosi, come il dialogo tra la Pietà realizzata con Ulay nel 1983 e la Pietà di Tiziano, affiancata da Palma il Giovane. Non si tratta di un semplice accostamento visivo, ma di un vero e proprio dibattito su temi universali come sacrificio, fragilità e trascendenza, che parla sia a corde religiose sia laiche.

Tuttavia, questa forma di dialogo resta un’eccezione. In molte altre sezioni, le opere contemporanee dell’artista sembrano inserite in modo più casuale, senza un legame chiaro con le collezioni storiche. Questa mancanza di coerenza rende difficile per il pubblico percepire un ponte reale tra passato e presente, limitando il valore di entrambe le parti in mostra.

Venezia: il luogo giusto per riflettere su tempo, energia e ritualità

Venezia si conferma il contesto ideale per questa mostra, con il suo equilibrio tra storia e mutamento, tra permanenza e dissoluzione. La città amplifica la dimensione rituale del percorso creato da Abramović. Le installazioni che usano quarzi, ametiste e minerali dialogano con la tradizione veneziana, da sempre legata alla luce, ai riflessi e alla trasformazione del tempo attraverso la materia preziosa.

La fragilità della città si intreccia con il tentativo dell’artista di trasformare l’energia, ma l’esperienza non sempre raggiunge la forza evocativa che ci si aspetterebbe da un nome di questo calibro. L’energia in movimento proposta dalla mostra mette in moto un processo partecipativo, senza però riuscire a cambiare davvero la percezione o la realtà in modo netto. Restano aperti interrogativi su come la performance possa oggi incarnare un corpo collettivo e un cambiamento reale, in un luogo così carico di storia e significati.

Redazione

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