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Paola Pivi: l’arte che sovverte il quotidiano tra orsi antropomorfi e mondi fantastici

Quando un orso a grandezza naturale si ritrova su un cavallo a dondolo, qualcosa smette di essere ordinario. È l’effetto che l’arte di Paola Pivi provoca: sorprende, incuriosisce, ma non si limita a stupire. Dietro quella freschezza apparente, c’è un mondo di riflessioni che si intrecciano con la realtà quotidiana, trasformandola in qualcosa di sfuggente e nuovo. Non è fuga dalla realtà, piuttosto una leggera sovversione di ciò che diamo per scontato. Tra sculture di perle, fumetti giganteschi e aerei sospesi, Pivi ci sfida a ripensare chi siamo e quali sono i confini – spesso invisibili – della nostra identità e libertà.

Libertà e identità: l’arte che rompe gli schemi

Paola Pivi parte da immagini familiari, ma le usa per spiazzare. Un esempio chiave è “You know who I am”: la Statua della Libertà, simbolo universale di emancipazione, qui indossa maschere ispirate agli emoji. Dietro ogni maschera c’è una persona reale, con storie e diritti concreti, che allarga il concetto di libertà a esperienze diverse, a volte difficili. La maschera non nasconde, ma protegge e afferma il diritto a esistere oltre le definizioni rigide. Così l’arte di Pivi diventa una battaglia democratica: non semplifica, ma invita a includere senza imporre regole, uno spazio aperto dove riflettere su appartenenza, differenza e convivenza.

Questo modo di fare arte si esprime con tanti mezzi diversi. Le sue opere non nascono da calcoli precisi, ma da intuizioni quasi inconsce che cerca di tradurre senza troppo filtrare. I titoli vanno da poesie delicate a “Untitled”, segno che a volte l’opera parla da sola, altre volte il nome è parte della sua musica, un piccolo verso che arricchisce la percezione.

Dall’ingegneria all’arte nomade

Prima di diventare artista, Paola Pivi ha studiato ingegneria chimica. Un percorso che si è incrociato con la passione per l’arte grazie all’incontro con Alberto Garutti nel 1994 all’Accademia di Brera a Milano. Questa formazione scientifica non è mai sparita del tutto: si vede soprattutto nelle opere dove materia e fisica dialogano, come nelle sculture fatte di perle disposte a file, modellate dalla gravità.

La precisione tecnica è lì, ma la sua arte sfugge a qualsiasi gabbia, seguendo un istinto più libero e spontaneo. Anche la sua vita riflette questo spirito nomade: tra Canada, Alaska, India e Italia, non si lega a un solo posto. Ha radici sparse in città e isole diverse, e trova nella continua migrazione una fonte di ispirazione e rinnovamento.

L’esperienza in Alaska è stata decisiva: un tempo di libertà totale, immersa nella natura estrema e segnata da incontri importanti, come quello con il marito. Queste storie personali si intrecciano con il suo lavoro, che si nutre di racconti veri di esilio, adozione e lotta per i diritti.

Un’eco globale per un’arte che parla di diritti e appartenenza

Paola Pivi è diventata famosa soprattutto all’estero, dove le sue opere sono state accolte con grande entusiasmo. I suoi lavori affrontano temi politici e sociali attuali, mettendo in luce la complessità delle esperienze di libertà, identità e inclusione oggi.

“You know who I am”, esposta nel 2022 sulla High Line di New York, ha aperto un dialogo forte con l’America di oggi. La scultura in bronzo della Statua della Libertà con maschere colorate, pensata durante il lockdown, ha portato i visitatori a confrontarsi con la fragilità e la varietà delle storie dietro il concetto di libertà negli Stati Uniti. Realizzata con tecniche artigianali antiche e legata alla statua originale di Bartholdi, l’opera diventa un simbolo nuovo, inclusivo e personale, più di un semplice omaggio storico.

La connessione di Pivi con temi politici si rafforza anche grazie alla sua esperienza personale: la battaglia per i diritti del figlio adottivo apolide e i conflitti con le istituzioni teocratiche indiane. Questi elementi aggiungono un valore profondo alla sua arte, fatta di resistenza e speranza.

Politica e arte: uno sguardo lucido e critico

Pivi conosce bene i meccanismi del potere e dei media, maturati durante la sua battaglia legale contro il Tibetan Children’s Village. Da qui nasce una consapevolezza chiara sulle manipolazioni dell’informazione e sui cambiamenti politici negli Stati Uniti.

Anche se vive all’estero, segue da vicino la realtà americana e vede nell’ascesa di figure come Trump un segno di grandi trasformazioni sociali. Questa visione si riflette nel suo lavoro e nelle scelte di vita, che l’hanno portata a stare lontana dal paese per un periodo.

Per lei, l’arte è una forma di democrazia vera: deve essere alla portata di tutti e creare un legame continuo tra chi guarda e l’opera stessa. Possedere anche un’opera modesta significa stringere un filo con il mondo dell’arte e i suoi simboli, alimentando così senso di partecipazione e appartenenza culturale.

Il gioco come chiave per coinvolgere

Nonostante i temi forti, Paola Pivi non rinuncia mai al gioco. Anzi, lo usa per attirare e coinvolgere il pubblico. Il lato ludico emerge in opere come “How I Roll”, un grande aereo che ruota sospeso nell’aria, o “We are the baby gang”, un’installazione con orsi polari piumati che invitano a un rapporto diretto, quasi infantile, con chi li osserva.

All’inizio questo aspetto è stato frainteso, soprattutto in Italia, ma oggi è riconosciuto come un elemento fondamentale della sua poetica. Il gioco non è solo divertimento: è esplorazione, apertura a nuovi modi di dialogare.

Nel suo percorso personale e professionale, la crescita e l’esperienza familiare hanno aiutato a fondere impegno artistico e dimensione giocosa. Con uno sguardo attento, l’arte diventa così un terreno fertile per riflessioni complesse e emozioni dirette, sempre vive e in movimento.

Redazione

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