Quando Luca Sivelli entrava in una stanza, qualcosa cambiava. Non era solo la sua presenza: era come se l’aria stessa si caricasse di tensione e bellezza, un po’ come un quadro che continua a raccontarti storie anche dopo aver distolto lo sguardo. È difficile mettere in parole ciò che lascia dietro di sé, eppure la sua scomparsa, nel 2024, ha lasciato un vuoto profondo nel mondo dell’arte italiana. Per chi ha attraversato gli anni turbolenti della sperimentazione, quelli in cui l’arte era una sfida senza rete di sicurezza, Sivelli era un punto di riferimento silenzioso ma imprescindibile. Nato a Napoli nel 1974, ha coltivato per più di vent’anni una posizione ai margini del sistema artistico, lontano dalle luci convenzionali, e proprio da quella distanza ha saputo raccontare con forza le fragilità nascoste dietro ogni gesto creativo.
Il nome di Luca Sivelli è legato indissolubilmente a Moio&Sivelli, il duo nato con Luigi Moio all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, la loro arte ha iniziato a farsi notare sulla scena italiana della performance e della videoarte. Le loro azioni non cercavano l’effetto spettacolare immediato: preferivano creare situazioni sospese, emotivamente fragili, dove lo spettatore veniva coinvolto in un percorso lento fatto di disagio, ironia sottile, attese e tensioni nei rapporti. C’era un teatro nel lavoro di Moio&Sivelli, ma smontato, ridotto all’essenziale, senza eroi, più un teatro degli inciampi umani. Ogni gesto, ogni movimento sembrava sul filo del rasoio, pronto a sfuggire al controllo. In questa precarietà si è rivelata la forza di Sivelli: un punto d’incontro tra leggerezza e tensione, gioco e caduta emotiva.
Con gli anni, l’arte di Sivelli è diventata più intima e riflessiva. Installazioni, video e performance sono diventati spazi emotivi sospesi, quasi come acquari dove osservare l’anima. Il corpo era sempre al centro, presente ma distante, ironico e malinconico, esposto in una condizione di fragilità. Opere come Nice Party Nice People e Assolo raccontavano un rapporto ambivalente con la socialità, la festa, la convivenza. Chi lo conosceva bene sapeva che in questi lavori c’era una riflessione profonda sulla società e sui comportamenti umani, vista come da sotto la superficie, dove si nascondono ambiguità e silenzi. Il suo amore per gli acquari non era solo una passione personale, ma una fonte di ispirazione costante per rappresentare questo mondo sospeso, in bilico tra gioia e solitudine.
Lo stile di Sivelli ha sempre sfidato le definizioni. Il suo lavoro non si lasciava incasellare: non era solo performance, teatro o videoarte, ma un mix che andava oltre. La sua ricerca si muoveva tra presenza e sparizione, intimità e rappresentazione. Un gioco sottile che portava a interrogarsi sul desiderio di relazione e sulla paura di esserne travolti. Anche nella sua persona si rifletteva questa doppia natura, con una sensibilità rara. Il suo sguardo era attento, quasi inquieto, una delicatezza che si traduceva in un’arte capace di far emergere l’essere umano nelle sue forme più autentiche.
Luca Sivelli ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, dove la sua presenza andava oltre il ruolo di docente, diventando un’esperienza umana unica. Ha lasciato un segno che va oltre le opere e le performance. Il suo modo di essere, il suo sguardo, quel modo affettuoso di chiamare “CiùCiù” nei corridoi dell’accademia sono ricordi ancora vivi per chi ha condiviso con lui il quotidiano. In un mondo artistico che corre spesso dietro all’apparenza e alla velocità, Sivelli ha mantenuto una coerenza nel dedicarsi alla parte più fragile dell’esperienza, dove arte e vita si mescolano e si espongono al rischio della vulnerabilità. La sua scomparsa lascia un vuoto che si sente anche nel silenzio, ma è un vuoto pieno di domande. Restano l’intensità delle sue opere e la sensibilità di un artista che ha saputo cambiare il modo di vedere lo spazio artistico, senza clamori né spettacoli.
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