
Nel cuore della Galleria Ceravento di Pescara, le opere di Dylan Silva scuotono chi le osserva. Fight or Flight non è solo una mostra: è un viaggio nel disagio di un’epoca segnata da smarrimento e silenzi interiori. La perdita qui non si nomina, ma si percepisce con forza. Non è solo il tempo che sfugge o le relazioni che si disfano, ma qualcosa di più profondo: quel vuoto tra le parole e le emozioni, quel nodo chiamato alessitimia. Silva non si limita a raccontare questa fragilità. La trasforma in immagini che parlano con il corpo, oltre i confini di una narrazione convenzionale.
Perdita e smarrimento: il filo rosso della mostra di Silva
Il critico Roberto D’Onorio individua in questa mostra un punto chiave: la perdita non è solo un tema, ma un meccanismo che condiziona come l’uomo contemporaneo percepisce e reagisce al mondo. Oggi la perdita si allarga a tanti aspetti della vita e diventa un filtro attraverso cui viviamo la realtà. Silva sembra cogliere questo stato d’animo dall’interno, traducendolo in immagini che non raccontano storie lineari ma aprono squarci di emozioni. La perdita riguarda il tempo, che si sgretola in momenti sfuggenti; le relazioni, che si dissolvono nell’isolamento; e il linguaggio, che perde forza sotto il peso del disagio.
Al centro della mostra c’è in particolare l’alessitimia, un tema poco noto ma fondamentale per capire il malessere diffuso. Questa condizione impedisce di riconoscere e dire cosa si prova, lasciando il corpo come unico mezzo di risposta. Silva offre così una testimonianza visiva di chi vive sospeso in un malessere che non trova parole.
Fight or Flight: una reazione senza nemico in un presente sospeso
Il titolo della mostra richiama il meccanismo primordiale “fight or flight”, la risposta automatica davanti al pericolo. D’Onorio osserva però che oggi non c’è più un nemico chiaro, né un pericolo da cui scappare. La vita contemporanea è piuttosto un continuo stato di allerta senza un bersaglio preciso, una tensione che plasma la nostra identità.
Questo stato sospeso genera corpi e menti pronti a reagire ma confusi, che si muovono nel quotidiano senza un nemico né una fine. La pittura di Silva racconta proprio questa situazione, con figure dai contorni incerti, ambigue, che sembrano allo stesso tempo vittime e carnefici. La loro immobilità parla di un’esistenza bloccata, incapace di sfuggire al proprio destino emotivo.
In questo spazio indefinito, l’opera rifiuta le categorie tradizionali. Non dà risposte né storie chiare, ma evoca sensazioni difficili da mettere in parole, mettendo a nudo la distanza tra ciò che si sente e ciò che si riesce a dire. Un racconto silenzioso di quel disagio che attraversa la nostra epoca.
La pittura come porta sull’interiorità: il segno e la materia di Silva
Partendo da un’idea classica di Leon Battista Alberti, che vedeva il quadro come “finestra aperta” sul mondo, Silva fa il contrario: trasforma la tela in una porta che si apre sull’interiorità. Qui la pittura non rappresenta, ma accade, diventando esperienza diretta per chi guarda. Le figure emergono senza linee nette, si confondono con lo sfondo in sfumature leggere che cancellano i contorni.
Questo modo di lavorare elimina la distanza tra chi è ritratto e chi osserva, creando uno spazio fluido e instabile. La percezione diventa qualcosa di tattile, immediato, non una semplice visione distaccata.
La tecnica di Silva si basa su una grande padronanza dell’acquerello, con variazioni tonali delicate. Ma non si ferma qui: anche nella pittura a olio mantiene la stessa fiducia nel processo, nell’imperfezione, nell’incertezza come materia viva dell’opera. Questa apertura al caso, per dirla con Jung, è la chiave per aprire la strada a un possibile cambiamento.
Ne nasce una pittura per sottrazione: i corpi perdono la tridimensionalità e si muovono in spazi indefiniti, dove ogni punto di riferimento sfuma. Da qui scaturisce una tensione palpabile che coinvolge chi guarda, offrendo un’esperienza visiva nuova, lontana dalle tradizioni figurative consolidate.
Un racconto per immagini dell’inquietudine di oggi
In un tempo in cui la perdita del linguaggio emotivo è sotto gli occhi di tutti, la pittura di Dylan Silva si propone come uno strumento per riappropriarsi di una visione. I suoi quadri restituiscono quello che altrimenti resterebbe nascosto: l’inquietudine che si nasconde sotto le apparenze di ogni giorno.
La mostra a Pescara è così un’esperienza che scuote, che spinge chi guarda a confrontarsi con fragilità spesso taciute. Silva illumina quella zona d’ombra dell’uomo contemporaneo, offrendo una riflessione che non passa dalle parole, ma dalla percezione diretta di emozioni invisibili.
Le sue opere invitano a guardare più a fondo, a scoprire gli angoli nascosti della psiche di oggi. Non si limitano a raccontare ansie diffuse, ma le trasformano in un linguaggio visivo intenso, mai urlato ma sempre presente.



