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Wood Wide Web a Verona: la Foresta Interconnessa di Ketty Gobbo invade Galleria Artericambi

Nelle viscere di una foresta, sotto i nostri piedi, si nasconde una rete intricata, silenziosa ma vitale. Suzanne Simard, ecologa canadese, l’ha chiamata Wood Wide Web: una fitta connessione tra alberi, fatta di funghi micorrizici che scambiano nutrienti e segnali d’allarme. Un ecosistema invisibile che ribalta tutto quello che pensavamo di sapere sulle foreste. Ketty Gobbo porta questa meraviglia nascosta nella galleria Artericambi di Verona, nel 2026, trasformando un concetto scientifico in un’esperienza artistica intensa, capace di farci percepire ciò che normalmente ci sfugge. Una rete che si può quasi toccare, dentro uno spazio fatto di emozioni e natura.

Foresta viva: dalla scienza di Simard all’arte di Gobbo

Suzanne Simard ha mostrato un modo nuovo di guardare alle foreste: non sono solo gruppi di alberi, ma sistemi profondamente connessi. Grazie ai funghi micorrizici, che formano il Wood Wide Web, gli alberi si scambiano nutrienti e informazioni, quasi come in una comunità sociale. Ci sono gli “alberi madre” che nutrono i più giovani, aiutandoli a superare difficoltà o attacchi. Queste microreti fungine trasmettono sostanze vitali e segnali di pericolo, avvisando di minacce imminenti come insetti o malattie. Questo sistema invisibile tiene in equilibrio l’intero ecosistema, trasformando la foresta in un organismo complesso e in costante dialogo.

Ketty Gobbo prende questa idea scientifica e la trasforma in un’esperienza visiva e sensoriale. La sua installazione Wood Wide Web vuole rendere visibili queste connessioni nascoste, facendo del “sottobosco” una porta d’ingresso a un mondo vivo e misterioso. Il suo lavoro non si limita a una rappresentazione naturalistica: si apre a riferimenti animisti e totemici, svelando strati di immaginario che parlano di sacralità verso la natura. L’ecosistema invisibile diventa così un’opera d’arte tangibile.

Wood Wide Web a Verona: un viaggio tra immagini e natura

Entrando nella galleria Artericambi si respira un’atmosfera sospesa tra natura e cultura. Fatti di fili sottili, fogli, fotografie e opere sembrano mappe di un ecosistema. Gobbo mescola geometrie che ricordano tappeti persiani con forme organiche — erosioni di rocce, impronte, scheletri di animali, materiali antropologici. Ogni scelta è pensata, nessun elemento è casuale. Il riferimento al “montaggio intellettuale” di Žižek spiega come questa combinazione di immagini crei significati complessi, rafforzando l’idea di un sistema interconnesso.

Le immagini non stanno da sole, ma si intrecciano come in una vera foresta. Si formano pattern che si ripetono, risonanze visive che amplificano il messaggio: tutto è connesso, tutto si risponde. Il percorso invita a riflettere sul nostro rapporto con l’ambiente e a scoprire il valore nascosto delle comunità vegetali.

Materiali naturali e atmosfera sacra: la natura prende forma

Nella seconda parte dell’installazione, Ketty Gobbo usa materiali scelti per evocare il legame con la foresta. Lattice e resine naturali, presi dagli alberi della gomma, diventano superfici sospese, pelli che sembrano stese al vento. Accanto a legni e corna, questi elementi creano un ambiente immersivo, quasi rituale. L’artista costruisce uno spazio che richiama la sacralità della natura, dove l’uomo si sente parte di un ecosistema più ampio.

Le colonne bianche della galleria si trasformano in alberi che reggono questa foresta artificiale. Chi cammina dentro percepisce di attraversare una sala ipostila, uno spazio sacro per tradizione, qui trasformato in un dialogo tra natura e artificio. La scelta di materiali naturali sottolinea la coerenza ecologica del progetto e rimanda ai rituali antichi, al legame profondo tra comunità umane e foresta.

La capanna sospesa: rifugio e architettura primitiva

A chiudere la mostra, un’installazione sospesa da corde, sempre in lattice e resine, che ricorda la corteccia: materica, intagliata, ma anche riparo, una capanna. Richiama l’idea dell’architettura come primo gesto umano di interazione con la natura, teorizzata da Marc-Antoine Laugier nel XVIII secolo. La capanna primordiale è semplice, fatta di pochi elementi essenziali, ma capace di proteggere e accogliere.

Questo pezzo finale chiude il percorso con una riflessione forte sul rapporto tra uomo e ambiente. Non è solo estetica, ma un invito a ripensare il nostro modo di vivere il pianeta, recuperando l’armonia e la semplicità dei legami originari con la foresta. La struttura sospesa invita a fermarsi, a osservare la vita nascosta sotto i nostri piedi, che Ketty Gobbo ha saputo rendere visibile con sensibilità e rigore.

Redazione

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