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Exibart Prize 2024: l’incontro con Debora Barnaba e la sua rivoluzionaria arte fotografica

Redazione 11 Marzo 2026

Nel 2006, Debora Barnaba ha preso in mano per la prima volta una macchina fotografica, un gesto che ha cambiato il corso della sua vita artistica. Da bambina, il suo mondo ruotava attorno al disegno, un modo semplice e diretto per esprimere ciò che sentiva. Poi è arrivata la fotografia, e con essa un approccio completamente nuovo. Non si tratta di un semplice autoritratto fine a se stesso; per Debora, usare il proprio corpo davanti all’obiettivo è diventato un atto urgente, quasi necessario. Il suo corpo diventa tela e soggetto, un mezzo per esplorare domande profonde, intime ma anche universali, sulla natura stessa dell’essere umano.

Il corpo, protagonista di trasformazioni e contrasti

Il corpo umano resta al centro del lavoro di Barnaba. Non come semplice soggetto da guardare, ma come protagonista di una narrazione vera e propria. La sua sfida è superare le solite banalità e oggettificazioni, restituendo al corpo un valore poetico e comunicativo che parli a tutti. Non è un racconto autobiografico, ma un’indagine sulle molte forme che il corpo può prendere, tra forza e fragilità, presenza e assenza, visibile e invisibile. Le sue immagini non danno risposte semplici, ma si sviluppano in una complessità stratificata.

La tecnica al servizio dell’idea

Per Barnaba la tecnica fotografica non è mai fine a se stessa. La fotografia resta il mezzo preferito, ma ogni scelta tecnica segue la sola regola di sostenere il messaggio da trasmettere. Le sue opere sono realizzate come stampe limitate e ogni dettaglio – dalla carta alla cornice, dal vetro che protegge l’immagine – contribuisce a rafforzare il senso dell’opera. Questa cura per l’aspetto materiale crea un’esperienza visiva e tattile che coinvolge l’osservatore e potenzia la forza poetica del lavoro.

“Sphinx”: il confine tra umano e divino

Tra i progetti più importanti di Barnaba c’è la serie “Sphinx”, ispirata alla Sfinge dell’antico Egitto come simbolo di passaggio tra umanità e divinità. Qui la Sfinge non è un dio, ma un confine, un luogo di silenzio assoluto e immutabilità. Il corpo diventa una presenza archetipica, immobile ma carica di energia nascosta. Le immagini cercano di unire la materialità del corpo con una dimensione astratta di tempo e spazio, affrontando la difficoltà di rappresentare qualcosa di tanto sfuggente come l’immanenza. Il risultato è una narrazione sospesa, che mette lo spettatore di fronte a un dialogo silenzioso e ricco di significati.

Il lavoro dietro l’immagine: studio, intuizione e sperimentazione

Il percorso creativo di Barnaba nasce da uno scambio continuo con l’arte, la filosofia e le immagini. Legge, osserva, lascia sedimentare le idee prima di metterle in pratica con prove fotografiche e sperimentazioni. Il suo studio, in casa, è un laboratorio dove il tempo si dilata e la fretta non esiste. Nei mesi dedicati a un progetto produce poche immagini – di solito non più di dieci – lasciando a ogni scatto il tempo di diventare completo e coerente. Anche la post-produzione è fondamentale: serve a guidare la fotografia verso la visione originaria con precisione e sensibilità.

Le sfide di un artista tra mercato globale e censura digitale

Barnaba mette in luce le difficoltà di chi vive d’arte oggi. La prima è farsi notare a livello internazionale, attraverso collaborazioni con gallerie, collezionisti e il mercato globale, un percorso lungo e complesso. Poi c’è la questione economica: vivere solo di arte contemporanea è difficile, per questo affianca alla sua ricerca personale un’attività nella fotografia commerciale, cercando un equilibrio che richiede attenzione. Infine, la censura digitale è un ostacolo concreto: i nudi artistici spesso vengono bloccati o nascosti sui social, costringendo a strategie alternative o a una certa autocensura. In questo contesto, mantenere viva la passione significa un impegno quotidiano, fatto di disciplina e tenacia, per trasformare l’esperienza personale in un linguaggio che parla a tutti.

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