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Carlo Maria Mariani, il genio della pittura italiana ignorato in patria e celebrato a New York

Nel 1993, Carlo Maria Mariani lascia l’Italia per New York, dove finalmente trova un pubblico che lo guarda con occhi nuovi. In patria, invece, resta un artista a metà strada: ammirato per la tecnica, ma spesso frainteso o relegato a semplice nostalgico. Non è mai stato facile incasellarlo. Le sue opere, dense di riferimenti e citazioni, sembravano parlare un linguaggio troppo complesso per il dibattito critico italiano. Oggi, a Milano, Palazzo Citterio ospita una mostra che vuole cambiare questa narrazione. Oltre settanta lavori – tele e cartoni – raccontano sessant’anni di una ricerca artistica che attraversa passato e futuro, restituendo a Mariani il posto che merita nella storia del secondo Novecento.

Classicità e cervello: il viaggio intellettuale di Mariani tra pittura e parole

Guardando i dipinti di Mariani, con quei corpi levigati che sembrano sculture di Canova o profili che ricordano cammei, si potrebbe pensare a un appassionato della tradizione legato al passato. Ma sarebbe una lettura troppo semplicistica. Mariani costruisce un’idea personale di classicità, frutto di un lavoro intellettuale intenso e di una riflessione costante sulle radici storiche. Negli anni Settanta si dedica anche a pratiche concettuali come azioni e performance, ma il suo vero punto di riferimento resta la pittura. Il suo approccio parte sempre dalla lettura di testi: libri di storia dell’arte, documenti d’archivio, trattati spesso poco noti. Da lì prende spunto per tradurre in immagini quello che definisce «Iper/Ri/Cognizione»: dipingere vuol dire riconoscere e far rivivere un’immagine, a volte creandola per la prima volta.

Questo metodo lo distingue nettamente da molti suoi contemporanei. Mariani non si vede solo come artista o pittore, ma quasi come “opera vivente”, un concettuale che usa il pennello come strumento. La sua pittura è un continuo esercizio di traduzione e rielaborazione, un dialogo aperto con la tradizione che non si limita a ripetere, ma costruisce nuovi significati.

Tra marginalità e critiche: Mariani e la questione della pittura colta

Intorno al 1980 la critica individua un gruppo chiamato «Pittura Colta», accomunato dal ritorno alla figura e etichettato in vari modi: anacronisti, ipermanieristi, citazionisti. Mariani viene inserito in questo filone e nel 1984 partecipa alla Biennale di Venezia, nella sezione «Arte allo specchio» curata da Maurizio Calvesi. Ma queste etichette non colgono fino in fondo la sua identità.

Antonio Martino, co-curatore della mostra «I Segni dei Tempi» a Capodimonte nel 2026, mette in luce la vera differenza: mentre nel citazionismo tradizionale l’artista si impone con la propria cifra stilistica, Mariani si fa da parte per lasciare che l’immagine si apra al mondo, alla realtà esterna, in cerca di una bellezza eterna e immutabile. Il suo rapporto con la bellezza è complesso, intreccia tradizioni artistiche e filosofiche: dalla teosofia di Helena Blavatsky, alle teorie di Jung, fino a Nietzsche. In questo universo, dèi ed eroi diventano archetipi universali, protagonisti di un dialogo continuo tra passato e presente.

Un dialogo coi grandi: Mengs, Duchamp e Winckelmann

Mariani non si limita a venerare i protagonisti del Neoclassicismo, ma instaura con loro un rapporto vivo, quasi una conversazione tra epoche. Un esempio è l’opera «Mengs, Maron, Mariani» , composta da sei pannelli con autoritratti di Mengs e Maron, ritratti incrociati, fino a un autoritratto fotografico di Mariani stesso in posa spontanea. Così si crea una catena che attraversa i secoli, con Mariani ultimo anello, colui che raccoglie un testimone antico.

Angelica Kauffmann, artista del Settecento, è una passione per Mariani: la segue nella Roma di duecento anni dopo, le scrive lettere immaginarie, cerca la sua casa. E la Grecia classica arriva nella sua pittura grazie a Johann Winckelmann, da cui prende l’idea dell’antico come stato d’animo, incarnato nel concetto di «nobile semplicità e quieta grandezza».

Il legame con Marcel Duchamp è più complesso. Dal 1989, con l’opera «Composizione 2», Duchamp diventa per Mariani un “fratello maggiore” artistico, seguito da vicino a New York. Il quadro «Recluse» racconta bene questa relazione: il giovane Raffaello è racchiuso nello scolabottiglie trasformato in opera d’arte da Duchamp, mentre colombe azzurre volano sulle punte per bottiglie. Duchamp trasforma un oggetto comune in sacro, Mariani prende la pittura classica, già consacrata, per farne materiale di riflessione. Qui l’originalità non sta più solo nell’esecuzione, ma nell’idea che dà vita all’opera.

Da Roma a New York: radici italiane e orizzonti americani

Con il dipinto «Non trasferibile» , Mariani si interroga sulla possibilità di portare il proprio mestiere da un continente all’altro. La risposta sembra arrivare presto: già nel 1992 il Los Angeles County Museum of Art aveva dedicato al pittore una retrospettiva itinerante, e oggi le sue opere sono in musei importanti come il Guggenheim e il LACMA. Persino Andy Warhol aveva uno dei suoi dipinti in sala da pranzo.

Nonostante il successo oltreoceano, Mariani vive in modo riservato. La scarsa conoscenza dell’inglese diventa una sorta di barriera protettiva, che lo tiene lontano dalle pressioni del mercato newyorkese e lo salva dalle tensioni del sistema romano. L’11 settembre 2001 lo sorprende proprio a New York; l’attentato lo colpisce profondamente e lo spinge a dipingere «The Morning», con figure monumentali in stile classico che emergono dallo skyline di Manhattan. Nelle sue opere compaiono spesso piccoli Pinocchio, simboli di menzogna e obbedienza cieca, raffigurati mentre marciano in fila, a ricordarci le derive ideologiche del Novecento.

Milano riscopre Mariani: una mostra che parla con la tradizione

La mostra «L’eternità della pittura», allestita da Francesco Librizzi Studio a Palazzo Citterio, usa con intelligenza gli spazi per creare confronti visivi e concettuali forti. Nella sala centrale domina la monumentale «Costellazione del leone» , prestito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Un ideale Parnaso ispirato a Mengs, popolato dai protagonisti dell’arte italiana degli anni Ottanta, da Sandro Chia a Francesco Clemente, fino al critico Achille Bonito Oliva e al gallerista Gian Enzo Sperone.

Di fronte, dal piano inferiore, risponde «La Fiumana» di Pellizza da Volpedo, con la folla che avanza verso la modernità. Un accostamento che mette a confronto due modi molto diversi di vedere la figura umana: da una parte l’umanità mitica e idealizzata di Mariani, dall’altra la collettività storica e in movimento della pittura sociale.

Altri capolavori trovano posto vicino ai maestri di Piero della Francesca e Raffaello nella Pinacoteca, come «Monsters of Grace» . Un dettaglio ricorrente nelle opere di Mariani sono le mani, dipinte con straordinaria precisione. Non è solo tecnica fine a sé stessa: per lui le mani sono il mezzo con cui il pensiero si traduce in gesto, la conoscenza diventa pittura. La mano al servizio dell’idea, insomma, conferma la sua visione della pittura come atto consapevole e intellettuale.

Angelo Crespi, direttore generale di Brera, cita Karl Kraus per riassumere il senso dell’opera di Mariani: «l’origine è la meta». Con la sua pittura, oggi di nuovo sotto i riflettori a Milano, Mariani riporta la storia dell’arte al presente, dimostrando che i maestri antichi non sono mai davvero passati.

Redazione

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