“Make a travel deep of your inside, and don’t forget me to take.” Suona strano, quasi un errore. Invece è il cuore pulsante dell’arte di Charmaine Poh. Quelle parole, confuse e imperfecte, sono tratte da una lettera fra l’artista di Singapore e un amico. Un invito a esplorare l’anima, a non perdere mai se stessi, anche quando il linguaggio vacilla. Tra queste frasi in bilico, Poh costruisce un universo complesso fatto di identità sfuggenti, memorie fragili e corpi che raccontano storie non lineari.
Dal 18 settembre al 1° novembre 2026, il MUDEC di Milano apre le porte a questo viaggio unico. Per la prima volta in Italia, la mostra curata da Britta Färber, responsabile globale Arte e Cultura di Deutsche Bank, presenta l’opera di una delle voci più innovative del panorama contemporaneo. Premio “Artist of the Year” 2025, Charmaine Poh porta qui un’esperienza che sfida la separazione tra privato e pubblico. Il corpo diventa superficie viva, specchio di tensioni e relazioni, dove il personale si fonde con il sociale, dissolvendosi e ricostruendosi nelle memorie collettive e nelle regole culturali.
La mostra si presenta come un vero e proprio ecosistema di immagini e installazioni, dove il privato si apre all’orizzonte più ampio del sociale. Nel lavoro di Poh il corpo non è solo carne e ossa, ma un luogo culturale e politico. È il punto in cui norme sociali, tracce di memorie e influenze tecnologiche si sovrappongono senza sosta. Le opere mettono in luce questa complessità, mostrando come l’identità si crei e si rimodelli continuamente sotto il peso delle aspettative esterne.
Un’opera centrale è il video “What’s softest in the world rushes and runs over what’s hardest in the world” . In poco più di quattordici minuti, Poh racconta relazioni queer e genitorialità nella rigida società di Singapore. Attraverso le storie di coppie LGBTQ+, emergono paure, speranze e fragilità legate a famiglie “alternative”. Qui il privato diventa pubblico, e si vede bene come le strutture sociali entrino a gamba tesa anche negli spazi più intimi.
In tutto questo c’è un filo che attraversa l’arte di Poh: la vulnerabilità. È presente in ogni performance, in ogni immagine. Tra le fotografie spicca “Majie, Innerwear” , dove il corpo si mostra fragile e forte allo stesso tempo. La presenza fisica diventa respiro, e ogni dettaglio sottolinea la tensione tra resistenza e delicatezza. Lo spettatore è invitato a pensare a quanto l’identità oggi sia un equilibrio precario, mai fisso, sempre influenzato da forze esterne.
Nel percorso di Poh non manca una riflessione sul cambiamento dell’immagine, tema centrale nell’era digitale. Usando tecnologie come il deepfake, l’artista si confronta con il proprio passato e con la costruzione dell’io. Il video “Good Morning Young Body” ricostruisce un avatar digitale della giovane Charmaine, basato su foto e video d’archivio della sua carriera televisiva negli anni Novanta a Singapore.
L’installazione apre questioni complesse su chi possiede l’immagine e cosa sia autentico. Il corpo femminile, esposto e sessualizzato nel tempo, diventa un confine incerto tra realtà e finzione. Il deepfake sfida ogni certezza sull’identità visiva: “chi è davvero la persona quando l’immagine può essere manipolata, replicata, usata all’infinito?”
Charmaine Poh non dà risposte facili. La sua arte crea spazi aperti, dove le contraddizioni restano vive. Non esiste un’identità fissa, ma un insieme di coordinate che cambiano tra memoria, cultura e tecnologia. Il volto del passato e quello digitale convivono in un quadro complesso, parte di un discorso più ampio su cosa significhi essere oggi.
L’installazione è un invito a un viaggio senza mappe geografiche. Il titolo stesso parla di un tuffo dentro se stessi, una discesa nelle nebbie della memoria e dell’esperienza che supera i confini netti. Per Poh l’identità non è un punto fermo o un’etichetta, ma un processo in continuo movimento, plasmato da culture, società e vissuti personali.
Il visitatore si trova immerso in uno spazio che unisce luoghi reali e mentali. Si attraversano paesaggi di memoria, dove la fragilità diventa forza, e si ristabilisce un rapporto con il proprio corpo e le proprie emozioni. La mostra si propone come un passo oltre la superficie, una possibilità di riscoperta attraverso l’arte contemporanea.
Spazio anche a riflessioni sull’appartenenza e sull’altro. Poh non cerca un altrove ideale o senza contraddizioni, ma mette a fuoco una realtà complessa e frammentata. La mostra apre una finestra su identità plurali e imperfette, fatte di spostamenti, relazioni e resistenze, il tessuto sociale in cui tutti ci riconosciamo, con luci e ombre.
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