Quando l’arte supera le distanze, nasce qualcosa di unico. Torino e Gwangju, città a migliaia di chilometri di distanza, si scoprono più vicine di quanto si pensi. Al Gwangju Museum of Art, fino al 15 novembre 2024, prende vita Adapted Sceneries. Second Chapter: from Turin to Gwangju, una mostra che raccoglie il testimone da un progetto iniziato proprio a Torino l’anno scorso. Allora, era la cultura coreana a dominare la scena, raccontando le trasformazioni sociali e politiche legate alla nascita della democrazia in Corea del Sud. Oggi, invece, sono gli artisti italiani a prendere la parola — Gabetti e Isola, Giuseppe Penone, Alessandro Sciarroni, Caterina Barbieri — in un dialogo intenso che attraversa arte contemporanea, architettura e paesaggi in continua evoluzione. Un ponte culturale che racconta non solo due città, ma due mondi in trasformazione.
La mostra nasce da un accordo istituzionale tra il Gwangju Museum of Art e il MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino. Firmato nel 2024 durante un evento torinese, questo patto ha dato il via a una collaborazione culturale concreta tra le due città, mettendo le basi per uno scambio internazionale. Il MAO ha giocato un ruolo centrale, fungendo da “porta” per aprirsi al mondo asiatico e consolidando così la sua vocazione di ponte culturale verso l’Oriente. L’intesa arriva in un anno speciale, che celebra i 140 anni di rapporti diplomatici tra Italia e Corea del Sud. Per l’occasione, il MAO ha organizzato a ottobre 2024 una mostra dedicata a Nam June Paik, artista coreano di riferimento, realizzata in collaborazione con istituzioni culturali di entrambi i Paesi.
Questa collaborazione va oltre semplici gesti simbolici: punta a mescolare visioni artistiche e culturali con scambi continui tra le sedi espositive. La mostra tenuta a Torino tra maggio e settembre 2023, Adapted Sceneries, diretta dal GMA, è stato il primo passo di questo percorso condiviso. Un viaggio nelle radici della pittura paesaggistica coreana e nelle trasformazioni dell’identità collettiva di Gwangju, che passa anche attraverso il ricordo delle rivolte del 1980 e il cammino verso la democrazia.
Il secondo capitolo del progetto, ora a Gwangju, mette sotto i riflettori l’esperienza culturale piemontese, con un’attenzione particolare all’eredità di Talponia, l’Unità Residenziale Ovest Olivetti a Ivrea, firmata dagli architetti Gabetti e Isola nel 1970. Questo edificio è un esempio di come funzione e creatività possano convivere, creando un dialogo con il paesaggio umano e naturale intorno. Talponia diventa così un simbolo di paesaggio adattato, un mix tra utopia architettonica e realtà vissuta.
La mostra dedica una sala del GMA alla ricostruzione degli arredi originali, prestati dalla galleria Marco Cappello di Torino, affiancati da nuove creazioni contemporanee di lampade e tappeti ispirati al progetto. Fotografie di Gianni Berengo Gardin e disegni architettonici arricchiscono il percorso, offrendo una lettura storica e critica dell’edificio. Talponia si presenta come uno spazio dove innovazione formale e vita quotidiana si incontrano, raccontato anche da uno dei disegni preparatori che mostra l’unità abitativa aperta “a scatoletta di alici”.
Il progetto curatoriale si distingue per un approccio che supera i confini tra arte visiva, architettura, musica e sound art. L’attenzione all’ambiente si esprime in diverse forme, dal paesaggio naturale alle utopie urbane, fino a coinvolgere il corpo umano e il suo rapporto con spazi e materiali.
Giuseppe Penone porta la sua serie di video Ephemeris, che raccontano i gesti del suo lavoro artistico tra terra, legno, acqua e vento, esplorando il legame sensoriale tra uomo e natura. Alessandro Sciarroni propone la performance musicale U., che richiama il Cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi, un omaggio alla natura come fonte di vita e ispirazione.
Un contributo originale arriva da Caterina Barbieri con la sua composizione My Beyond, un’esperienza sonora intima, ascoltabile tramite cuffie, che si insinua tra le opere e l’architettura della mostra. Questa sound art crea un’eco che dialoga con la materia e la storia presenti, accompagnando il visitatore in un percorso multisensoriale e di riflessione.
L’allestimento, curato dallo studio BRH+ di Marco Rainò, si basa su un’idea di scenario adattivo, raccontato con un linguaggio immaginifico e astratto. Al centro dell’esposizione c’è la ricostruzione a grandezza naturale della planimetria di una delle unità abitative di Talponia, segnata da una sagoma calpestabile e da una parete con uno degli oblò di illuminazione zenitale. Questo “cuore” architettonico organizza lo spazio intorno a sé, dove le opere sono disposte senza gerarchie, in un ambiente aperto con grafiche in bianco e nero che guidano il percorso e ne definiscono l’identità.
L’allestimento mette in risalto la relazione tra spazio fisico e opera d’arte, creando un’esperienza coinvolgente e armoniosa. Le opere dialogano con la geometria dell’ambiente, sottolineando i legami tra paesaggio, architettura e corpo.
Per Torino è già prevista una nuova tappa del progetto, con una versione aggiornata della mostra che arriverà nel 2027 al MAO. Questo prossimo capitolo sarà uno spazio di rigenerazione fisica e mentale, integrando la musica di Barbieri e gli interventi visivi di Penone e Sciarroni, proseguendo così il ponte culturale tra Italia e Corea.
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