A Roma, nello Studio GIGA, due fratelli sfidano il tempo e la distanza con l’arte. Fanny Köhler e Felix Christiansson, lei italiana, lui svedese, hanno costruito un dialogo fatto di quadri, disegni e installazioni. La loro mostra esplora qualcosa di sfuggente: la perdita che si insinua nei ricordi e nei paesaggi, un’ombra che resiste nonostante tutto. Divisi da chilometri ma uniti da un percorso creativo, raccontano ciò che resta quando il tempo scolora i contorni della memoria.
Fanny vive in Italia, Felix in Svezia. Questa distanza, invece di essere un ostacolo, diventa il motore del loro lavoro, che si basa sull’idea di condividere qualcosa al di là dello spazio fisico. I due si muovono tra strade, margini e angoli delle loro città, raccogliendo frammenti, tracce e oggetti che poi trasformano in opere. Quando si incontrano, esplorano insieme alla ricerca di dettagli significativi; quando sono lontani, si connettono via schermo, trasformando due mondi separati in un unico scenario creativo.
Questo modo di lavorare dimostra come la distanza geografica non ferma uno sguardo condiviso, anzi lo stimola. I paesaggi, le superfici, i materiali diventano segni tangibili di una memoria comune, un’origine che si snoda tra ciò che si vede e ciò che si immagina. La mostra nasce proprio da questo continuo gioco tra presenza e assenza, tra ciò che si mostra e quello che sfugge.
Al centro di “Collection of Things We Once Lost” c’è il gesto del disegno. Per Fanny e Felix tracciare un contorno non è solo una questione tecnica, ma un modo di pensare e tenere viva la memoria di un oggetto o di un luogo. Nel loro lavoro, il disegno unisce esperienza diretta e immaginazione, seguendo i limiti di ciò che li circonda per fissarne una forma provvisoria.
Seguire i contorni – di un albero, di un edificio, di uno spazio vuoto – significa lasciare tracce che poi si ritrovano nelle tele o nelle installazioni. Lavorano su un terreno condiviso, ricordando con precisione le forme del loro passato, le strade e le pareti vissute insieme da bambini, anche se poi le loro strade artistiche si sono divise.
Il gesto, così, diventa un pensiero che si fa concreto e si riattiva nel movimento della mano, un modo per registrare l’invisibile e farlo emergere sotto forma di segno. Non cercano di raccontare storie precise, ma di mostrare la persistenza di un paesaggio mentale e materiale che lega le loro vite.
Uno degli aspetti chiave nel lavoro di Köhler e Christiansson è il concetto di “leading line”, un termine preso dalla navigazione. Qui indica una linea invisibile che appare quando due punti nel paesaggio si allineano perfettamente da un certo punto di vista. Può essere un dettaglio semplice, come il margine di un edificio e una finestra, oppure una recinzione e un albero lontano.
Nel loro progetto queste linee immaginarie diventano strumenti per leggere l’ambiente, scoprendo legami tra elementi che a prima vista sembrano isolati o privi di senso. È come tracciare una mappa segreta di punti che si richiamano, costruendo una trama nascosta dietro la vita di tutti i giorni.
Creare opere partendo da queste linee significa dare senso a frammenti sparsi, mettere in dialogo forme diverse che trovano significato solo nella loro relazione. Il risultato è un’architettura di segni e immagini che racconta un paesaggio in continua trasformazione, dove il senso nasce dall’allineamento temporaneo e instabile dei materiali raccolti.
Le opere in mostra si presentano come ambienti in cui il quotidiano si scompone, lasciando spazio a forme provvisorie dove oggetti e segni perdono parte della loro riconoscibilità. Dipinti e installazioni costruiscono spazi segnati da tracce intermittenti, ombre e pause che suggeriscono ciò che non è più del tutto presente.
Il titolo stesso, “Collection of Things We Once Lost”, racconta questa idea di collezione di elementi sparsi, resti di qualcosa che si è trasformato o dissolto nella memoria. Ma non è un tentativo nostalgico di recuperare ciò che è andato perso; piuttosto, si concentra su come certi riferimenti continuino a riaffiorare, trasformandosi in nuove immagini e esperienze visive.
Con questo lavoro, Köhler e Christiansson puntano l’attenzione sui dettagli marginali, sulle piccole discrepanze tra ciò che si vede fuori e ciò che si sente dentro. Quello spazio di confine diventa il cuore della loro ricerca: un luogo sospeso tra realtà e immaginazione dove le forme non si chiudono mai del tutto, ma restano aperte a continue interpretazioni.
Felix Christiansson è nato in Svezia nel 1996 e si è formato alla Malmö Art Academy e alla Munka Ljungby Folkhögskola. Lavora principalmente con pittura, disegno e installazioni, e ha esposto in spazi importanti come Galleri Arnstedt e Skissernas Museum a Malmö. Il paesaggio e l’oggetto sono sempre presenti nel suo lavoro, arricchendo la sua pratica di riferimenti visivi e materiali pieni di significato.
Fanny Köhler, nata nel 1999 in Svezia, ha un percorso che unisce formazione artistica e gestionale. Ha studiato alla HDK-Valand Academy of Art and Design e alla KV Konstskola, e ha completato un master in Arts Management presso la Rome Business School. Il suo lavoro spazia dalla curatela alla progettazione espositiva e alla scenografia, con progetti realizzati tra Italia e Svezia.
Insieme hanno costruito un rapporto creativo che nasce dall’incontro tra discipline, culture e storie personali. La loro collaborazione offre uno sguardo attento e profondo sulle possibilità narrative dell’arte quando si mette in dialogo con la memoria e la distanza.
Nel contesto romano di Studio GIGA, la loro mostra crea uno spazio dove tempo e spazio si intrecciano attraverso immagini provvisorie, linee guida e situazioni sospese, con ogni elemento in cerca di un posto dentro una geografia condivisa.
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