Il 24 settembre, il MACRO di Roma si prepara a riaprire le sue porte con un’autunno carico di novità. Dopo un’estate intensa, segnata da nomi come Miriam Cahn e Hito Steyerl, il museo diretto da Cristiana Perrella cambia passo ma non ritmo. Qui, fotografia, cinema e suoni inediti si intrecciano per raccontare storie che sfuggono alle categorie tradizionali. Al centro, una protagonista della scena fotografica italiana del secondo Novecento: Marialba Russo. La sua mostra promette di trasformare completamente il modo in cui la si guarda, portando in luce dettagli e prospettive finora poco esplorate.
Nata a Giugliano nel 1947, Marialba Russo ha iniziato alla fine degli anni Sessanta un percorso artistico che unisce fotografia, antropologia e studi sulle culture popolari del Sud Italia. La mostra “Sguardo rovescio“, curata da Cristiana Perrella ed Elena Magini, mette in luce sei momenti fondamentali del suo lavoro degli anni Settanta. Tra questi spiccano le serie “Al ristorante” , “Travestimento“, “Il Passaggio“, “Il Parto“, la raccolta “Centotrenta figure di spalle” e “Cult Fiction“. Più che semplici fotografie, questi scatti sono veri e propri documenti che anticipano dibattiti ancora oggi attuali su corpo, genere, rito e identità.
Il titolo della mostra non è casuale: “Sguardo rovescio” invita a cambiare punto di vista, proprio come suggerisce l’artista stessa, proponendo “un’altra esperienza dello sguardo”. Russo mette in discussione la narrazione maschile dominante negli anni Settanta, offrendo una visione che rompe con stereotipi e consuetudini dell’Italia di allora.
La mostra si estende anche al MUCIV – Museo delle Civiltà, con “Immagini della Madonna dell’Arco “, che approfondisce il lavoro sul campo svolto da Russo insieme all’antropologa Annabella Rossi tra il 1972 e il 1977. Questa collaborazione tra istituzioni romane crea un dialogo importante tra arte e antropologia, mettendo a fuoco l’attenzione di Russo all’identità culturale e sociale.
Accanto alla fotografia, il MACRO dedica spazio all’immagine in movimento e al suono, con progetti che intrecciano il cinema di Michelangelo Antonioni e la figura di Monica Vitti. La Sala Video e la Sala Audio diventano luoghi di nuove esperienze artistiche.
Debutta “Maria’s Dream” di Gaia De Megni, vincitrice di ArteVisione 2024 e prodotta da Careof. Il lavoro, girato su pellicola 16 mm, intreccia memoria familiare e cinema italiano. Monica Vitti diventa qui simbolo di un’indagine sulla costruzione dell’immagine femminile nel cinema e nella cultura visiva, tra nostalgie e racconti nuovi.
Nella Sala Audio si ascolta “52 Spaces”, una composizione del sound artist britannico Robin Rimbaud, detto Scanner, creata nel 2002 per celebrare i 90 anni di Antonioni. Il progetto destruttura i suoni di “L’eclisse” – dialoghi, rumori, musiche – e li mescola con registrazioni dal vivo raccolte per le strade di Roma. Nasce così un paesaggio sonoro dove la città cinematografica si fonde con quella reale, in un continuo gioco di echi e sovrapposizioni.
Non solo mostre. Il MACRO offre un calendario fitto di appuntamenti pubblici, che spaziano dall’architettura alla sound art, senza tralasciare temi attuali come l’intelligenza artificiale. Il 1° ottobre l’architetto e artista Didier Fiúza Faustino conduce una masterclass sul rapporto tra architettura, corpo e spazio espositivo, ispirata al progetto realizzato per la mostra di Miriam Cahn.
Il 7 ottobre è la volta di Scanner con una performance live dedicata a “L’eclisse”. Il 22 ottobre si terrà un incontro sul ruolo politico e sociale delle tecnologie digitali, intitolato “Mechanical Kurds”, con la partecipazione del teologo Paolo Benanti. L’obiettivo è mettere a fuoco le tensioni tra tecnologia, arte e umanità nel mondo di oggi.
Nel frattempo, proseguono le mostre estive: la personale di Miriam Cahn sarà visitabile fino al 15 novembre, mentre la videoinstallazione di Hito Steyerl “Mechanical Kurds” resta aperta fino al primo novembre. Il programma autunnale del MACRO si prepara così a proseguire il dialogo tra linguaggi diversi, intrecciando storie che guardano al presente ma affondano le radici nel passato.
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