Appena varchi la soglia della mostra di Mario Raciti a Palazzo Reale, ti ritrovi dentro un mondo che non si lascia catturare al primo sguardo. Nato nel 1934, Raciti ha costruito un percorso artistico che dura da quasi settant’anni, fatto di segni e silenzi, luci e ombre. La sua pittura non offre risposte facili, ma invita a fermarsi, a cercare nella memoria e nelle assenze un senso che sfugge a chi cerca la moda del momento. Qui, ogni tratto racconta un mistero, ogni forma si apre a mille interpretazioni.
Negli anni Cinquanta Raciti si muove nel solco del post-informale, un decennio in cui il gesto istintivo si mescola alla ricerca di elementi concreti. Il “Paesaggio” del 1952 è un esempio emblematico: il colore si sovrappone, il chiaroscuro dà corpo a forme essenziali, non nel dettaglio ma nella loro materia pulsante. Non è una rappresentazione precisa, ma un richiamo alla realtà che vibra. Poco dopo, “La stanza dei giochi” del 1953 sintetizza questo approccio, riducendo lo spazio a grandi volumi cromatici dove primo piano e sfondo si confondono. Il risultato è un’immagine sospesa, incerta tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, che apre a interrogativi profondi.
Raciti ha sempre detto di non considerare il segno solo come un elemento estetico, ma come portatore delle sue tensioni più intime, del dolore vissuto. Questo sentimento si imprime nel gesto pittorico, senza perdere quella sua ambiguità che lascia spazio alla lettura personale.
Negli anni Settanta si fa strada in Raciti il concetto di “fallimento significativo”, un’idea che traduce nelle sue opere come presenza dell’assenza. Le forme sembrano sfuggire, quasi dissolversi, per mettere in evidenza proprio ciò che manca. È un linguaggio visivo che non vuole chiudersi in un significato netto, ma invita a seguire il processo di apparizione e scomparsa. Le sue tele di quel periodo oscillano tra silenzio e tensione, tra materia e suggestione emotiva.
La mostra di Palazzo Reale accompagna il visitatore in questo viaggio senza interruzioni, mostrando come il linguaggio di Raciti si trasformi pur mantenendo un nucleo solido e riconoscibile.
Negli anni Ottanta Raciti approfondisce il gioco tra presenza e assenza, creando opere che sembrano uscire da miti personali e collettivi. La sua pittura si arricchisce di riferimenti enigmatici, tra un’apparizione fugace e una dissoluzione imminente. Questi racconti non si chiudono mai, intrecciando segni, colori e spazi vuoti in un dialogo aperto tra ciò che si vede e ciò che si intuisce.
Il curatore Luca Pietro Nicoletti parla di una “oscillazione costante” tra apparire e sparire, tra tensione e trascendenza, che dona alle immagini una profondità capace di coinvolgere mente e corpo.
Il percorso arriva fino agli anni Novanta e ai lavori più recenti, dove il tema del mistero prende il sopravvento. Nel 1995, con l’opera intitolata proprio “Mistero”, Raciti mette in scena forme allusive su uno sfondo che non è vuoto, ma un abisso carico di possibilità. La bianchezza dominante non separa, anzi avvolge il segno, ampliandone il valore simbolico.
L’artista parla di “cose inesistenti” a cui allude, opere sfuggenti che sembrano nascondere più di quanto mostrano. La sua pittura non si lascia catturare facilmente, si alimenta di questa natura elusiva per far vibrare il rapporto tra vedere e intuire.
Da “Fabbrica di spiritelli” del 1967 fino ai lavori del 2025, la mostra traccia un filo continuo che racconta la coerenza di Raciti nel costruire e smontare immagini, forme e colori. Palazzo Reale regala così l’occasione di incontrare un maestro capace di unire astrazione, memoria e sentimento in un corpo d’opera denso e intrigante.
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