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Francesca Polizzi a Palermo: la mostra Lunaria celebra la bellezza nella rovina della natura

Nel cuore di Palermo, alla Rizzuto Gallery, una mostra cattura lo sguardo e il respiro. “Lunaria” non si limita a esporre opere: racconta il tempo che scorre, lento e inesorabile. Prende il nome da una pianta, la Lunaria annua, famosa per quei suoi dischi lucenti che restano a fine stagione, come piccoli testimoni di un ciclo concluso. Le opere, come rami spezzati, sembrano sospese in un istante di trasformazione, fragile e potente insieme. Qui la rovina non è solo decadimento, ma memoria viva, un legame tra natura e architettura che parla di vite passate e di tracce indelebili lasciate dal tempo.

“Lunaria”: la natura che si fa forma e memoria

La Lunaria, pianta ornamentale, è nota per la sua fase finale in cui i rami si seccano e le foglie spariscono, lasciando solo quei caratteristici dischi traslucidi, come piccole rovine naturali. Questa immagine guida tutta la mostra, che si muove tra tracce di tempo naturale e segni lasciati dall’uomo. Quel che resta non è solo un residuo, ma il racconto di un processo di dissolvimento e trasformazione, in natura come nella storia.

Il tema della rovina si arricchisce con riflessioni di Ernst Jünger, autore di “Viaggio in Sicilia” e “Terra Sarda”. Nel primo, Jünger nota come la natura si insinui tra le costruzioni umane, creando uno strano intreccio tra vita e materia inanimata. In Sardegna, invece, critica le fortezze tedesche, che hanno segnato pesantemente la costa con blocchi di pietra ormai corrosi dal tempo. Alla fine, è sempre la natura a riprendersi i suoi spazi. Questi spunti illuminano la mostra, sottolineando come restino tracce e cicatrici di un rapporto complesso tra uomo e ambiente.

Architettura e rovina: le grandi opere di Francesca Polizzi

L’architettura entra con forza nella mostra, soprattutto attraverso le installazioni di Francesca Polizzi. Per l’artista, la rovina non è solo decadimento, ma un intreccio di costruzione e distruzione che convivono. Le sue opere seguono due strade: da un lato la rovina naturale, dall’altro quella segnata dall’intervento umano. Spesso si fondono, dando vita a forme ibride, architetture destrutturate dove la natura riconquista terreno.

Nella galleria, le installazioni di Polizzi si impongono quasi con un’aura sacra nel bianco asettico del white cube. “Volta”, una delle opere principali, è una struttura a crociera rovesciata di intonaco, lana grezza e ferro, alta e profonda 245 cm, larga 180. La tradizionale volta architettonica si capovolge, come un relitto abbandonato che torna alla terra. Quel ribaltamento suggerisce una caduta, ma anche un ritorno, la metamorfosi di un elemento costruito che diventa rovina e poi natura.

Lana e feltro: materia viva e memoria

La lana è protagonista nelle mani di Polizzi, lavorata con cura artigianale in ogni fase: tosatura, lavaggio, cardatura, infeltrimento. Il feltro che nasce è più di un semplice tessuto, diventa un corpo concreto che trattiene memoria e materia. Le immagini impresse sul feltro provengono da fotografie scattate in grotte, luoghi carichi di storia geologica.

Le grotte sono vere e proprie cattedrali naturali, nate da processi lunghi e complessi, spazi sacri che raccontano il tempo stratificato. Il feltro, ottenuto intrecciando e comprimendo le fibre, segue un principio simile a quello sedimentario. Anche se appese, le opere mantengono un forte carattere scultoreo, fatto di tensione, stratificazioni e pressione. Le superfici si arricchiscono di pigmenti, ruggine, colori a olio, talvolta sigillate con cera grazie a tecniche di encausto, che fissano e trasformano l’immagine, dando una densità tattile e visiva unica.

Ceramica e lana: una tecnica nuova e sorprendente

Tra le novità più interessanti ci sono le ceramiche che combinano argilla, lana e smalti. Polizzi ha messo a punto un metodo inedito: durante la cottura, le fibre di lana bruciano lasciando impronte vuote sulla superficie della ceramica. Questi segni raccontano la presenza di materiali organici ormai scomparsi.

Le forme, fresche e plastiche, ricordano il lavoro di Giacometti, ma restano autentiche e spontanee, frutto di un gesto creativo naturale per l’artista. È un dialogo intenso tra materia e tecnica, che restituisce una sensazione di vita sospesa tra permanenza e sparizione.

Spazi in dialogo: la mostra si chiude con un cerchio perfetto

“Lunaria” si sviluppa come un percorso coerente, che unisce forme e materiali diversi in un racconto unico. Nell’ultima sala, due grandi feltri orizzontali dialogano con colonne di resina e polvere di silice, architetture leggere che chiudono il cerchio di rimandi della mostra. L’allestimento crea un gioco continuo tra sculture, superfici stratificate e volumi, coinvolgendo chi osserva in una riflessione profonda.

Il progetto è compatto e incisivo: ogni opera parla con l’altra, senza sovrapporsi, ma integrandosi attorno a temi come rovina, struttura e tempo. “Lunaria” resta alla Rizzuto Gallery fino al 18 luglio 2026, offrendo un’occasione preziosa per immergersi in un mondo dove arte, natura e memoria si intrecciano.

Redazione

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