
«Ricordare è un atto di resistenza»: la 25ª Biennale di Sydney prende proprio questo come filo rosso. Dal 14 marzo al 14 giugno 2026, “Rememory” si snoda tra cinque luoghi sparsi dalla frenesia del centro cittadino fino ai margini meno battuti, trasformando la città in un gigantesco spazio espositivo. Non è una passeggiata: serve tempo, curiosità e un pizzico di fatica per attraversare questo intreccio di memorie collettive e storie individuali, dove lavoro, migrazione e resistenza emergono con forza. La mostra non si lascia afferrare subito, ma chi si concede il viaggio scopre un racconto che pulsa nel cuore stesso della città.
La Biennale che si allarga: dal centro alle periferie di Sydney
Da sempre la Biennale di Sydney si muove su un modello itinerante e “a tappe”, che nel 2026 si fa ancora più marcato. La curatrice Hoor Al Qasimi ha puntato su cinque luoghi sparsi, andando oltre il centro cittadino per coinvolgere aree meno frequentate. La White Bay Power Station, ex centrale elettrica sul mare, si trasforma in un grande spazio per video e installazioni multimediali dedicate al lavoro, inteso sia come creatività sia come fatica e oppressione. Poco più a est, il Chau Chak Wing Museum della University of Sydney accosta arte, scienza e archeologia, creando un dialogo tra storia coloniale e presente. L’Art Gallery of New South Wales, risorsa fondamentale per Sydney, per la prima volta si apre su due ali diverse, dedicando spazio ad opere che parlano di comunità, migrazione e identità.
A oltre 50 chilometri dal centro si trovano poi Penrith Regional Gallery e Campbelltown Arts Centre. Qui il tono si fa più raccolto, quasi intimo. Raggiungerle in auto significa attraversare paesaggi rurali, villaggi e zone industriali: non solo una mostra, ma un vero viaggio tra territori e storie. Questa distribuzione geografica amplia l’orizzonte culturale, portando l’arte dove di solito arriva meno, ma mette anche alla prova il pubblico e il filo conduttore dell’intera rassegna.
White Bay Power Station: lavoro e resistenza in un cuore multimediale
La imponente White Bay Power Station, affacciata sul Parramatta River, ospita un allestimento dominato da video, suoni e installazioni di lunga durata. Artisti come Chen Chieh-jen, Natalie Davey ed Emily Jacir mettono al centro il lavoro in tutte le sue sfaccettature: fonte di creatività ma anche di oppressione, spesso legato a lotte e proteste collettive. Le loro opere raccontano scene di resistenza attraverso testimonianze visive e sonore che parlano tanto a livello locale quanto globale.
Ma proprio la natura “screen-based” di molte opere solleva qualche dubbio sulla fruizione: la complessità e la durata potrebbero scoraggiare chi si ferma solo per poco tempo. La mancanza di un filo narrativo stabile rende difficile cogliere pienamente i messaggi, trasformando la visita in un insieme di suggestioni frammentate più che in un percorso organico, nonostante la forte carica politica ed emotiva.
Chau Chak Wing Museum: memoria, restituzione e storia coloniale
Il Chau Chak Wing Museum, parte della University of Sydney, unisce reperti archeologici, collezioni naturali e arte contemporanea in un unico spazio, creando un dialogo tra passato e presente. Qui la Biennale si concentra su temi delicati come la provenienza delle opere, la restituzione culturale e la memoria storica spesso oscurata da narrazioni coloniali.
Tra i lavori spiccano il video Special Ops Cody di Michael Rakowitz, che stravolge le consuete modalità espositive trasformando teche in spazi di incontro tra storia e racconto contemporaneo, e la scultura Common Threads di Khalil Rabah, che ricorda un mosaico sottratto in violazione delle leggi ottomane, sottolineando le tensioni tra patrimonio culturale e politica bellica. Il museo diventa così un laboratorio di riflessione sul senso della memoria, trovando un equilibrio tra arte, storia e critica.
Abitare, migrare, radicarsi all’Art Gallery of New South Wales
L’Art Gallery of New South Wales amplia la mostra coinvolgendo la storica ala Naala Nura e la più recente Naala Badu, creando un dialogo su spazio, comunità e identità migranti. Le opere raccontano con sensibilità le esperienze di abitare e di legami, attraverso installazioni, video e interventi site-specific.
Tra i lavori più intensi ci sono No Condition is Permanent di Taysir Batniji e Flowers for Africa di Kapwani Kiwanga, che indagano precarietà sociali e personali. Il momento più toccante è senza dubbio Ngurrara Canvas I, realizzato dai Ngurrara Artists: una mappa artistica che racconta il rapporto profondo di molte comunità aborigene con la loro terra, intrecciando storie familiari e geografie emotive. Un’opera monumentale che testimonia la forza della narrazione collettiva di fronte alle ferite della sottrazione delle terre.
Penrith e Campbelltown: resistenze intime e questioni collettive
Penrith Regional Gallery offre un’atmosfera raccolta e riflessiva. Qui memoria personale e familiare si mescolano a racconti di resistenza discreta ma decisa. Opere come Haboba di Khalid Albaih parlano di diaspora e del ruolo delle generazioni più anziane come custodi della memoria storica. I lavori di Nora Adwan e Massinissa Selmani portano simboli condivisi e utopie politiche mancate, creando un tono più intimo e accessibile nella cornice complessiva della Biennale.
Alla Campbelltown Arts Centre, invece, l’attenzione si sposta sulle dinamiche sociali legate alla migrazione e all’identità. Qui spicca l’installazione immersiva Code Black/Riot di Hoda Afshar, Behrouz Boochani e Vernon Ah Kee, che denuncia segregazione e continuità tra storie coloniali e realtà contemporanee, con un focus sulle esperienze indigene di ghettizzazione e detenzione. Questo lavoro dà una forte impronta alla mostra in questa sede, affiancando altri pezzi che esplorano i confini invisibili del controllo sociale.
Tra frammenti e pluralità: le sfide della Biennale 2026
La 25ª Biennale di Sydney si presenta come un mosaico ricco di storie e impegno politico. Ma la molteplicità di sedi e temi finisce per disperdere il racconto, rendendo difficile comporre un filo unico. Le opere portano alla luce memorie spesso dimenticate, tra trauma, cancellazione e resistenza, ma manca una trama curatoriale che le unisca in modo organico.
Questa frammentazione riflette la complessità del presente, ma rischia di lasciare il visitatore spaesato, senza una guida chiara nel mare dei contenuti. La Biennale appare come una costellazione di episodi autonomi, ognuno carico di significati ma difficili da collegare tra loro. Resta aperto il quesito sul futuro del festival: non sarebbe forse meglio concentrare spazi e temi per restituire più forza e intensità a un’esperienza che altrimenti rischia di perdersi?



