
Appena varchi la soglia della galleria Matèria a Roma, ti trovi immerso in un cantiere artistico in piena attività. Sacchi di cemento, mattoni, pallet di legno: sembra un luogo dedicato all’edilizia, ma a catturare lo sguardo sono teste di ghiaccio colorate, che lentamente si sciolgono. Non è solo un effetto visivo, ma un processo che trasforma il cemento intorno, creando sculture in divenire sotto i tuoi occhi. Stefano Canto sfida la durezza del cemento con la fragilità del ghiaccio, dimostrando che la creatività non si ferma mai, ma scorre, evolve, si trasforma nel tempo e con gli elementi.
Ghiaccio e cemento: la tecnica che dà vita a “Sogno di Pietra”
Al centro della mostra c’è il dialogo tra teste di ghiaccio scolpite a mano e sacchi di cemento. Ogni testa, che pesa circa dieci chili, è una scultura unica, un volto nato dall’immaginazione dell’artista. Quando queste teste vengono appoggiate sui sacchi aperti, il ghiaccio comincia a sciogliersi a contatto con il cemento. L’acqua che si forma bagna la polvere del cemento e innesca un processo di indurimento, che solidifica il sacco intorno al profilo del volto.
Il processo è calibrato nei minimi dettagli: l’acqua che serve per far indurire il cemento è quasi la stessa che si libera dal ghiaccio che si scioglie. Così nasce una cavità interna, un vuoto plastico che riproduce il profilo della testa. Questo metodo trasforma un semplice incrocio di materiali da costruzione e ghiaccio in uno spazio dove tecnica e memoria si fondono, e la scultura nasce dall’incontro tra ciò che è effimero e ciò che resta.
“Sogno di Pietra”: un’opera che parla di tempo e trasformazione
La mostra parte da una riflessione sull’architettura e sul modo in cui la percepiamo oggi. Stefano Canto riprende una frase dello studioso Marc Augé, da Rovine e Macerie: nella società moderna non si costruiscono più rovine né monumenti, non c’è più tempo per quei sogni di pietra eterni. La realtà di oggi invece punta a qualcosa di immediato, che cambia in continuazione, un “presente infinito” senza radici.
Da qui nasce l’idea di effimero come trasformazione continua, non solo come caducità. Le sculture in galleria raccontano proprio questo ciclo di costruzione e dissoluzione, un processo che parte dall’attesa, passa per l’azione e si conclude solo per ricominciare. Canto vuole mostrare l’opera come un percorso completo: dall’inizio alla fine, senza nascondere la fragilità e il continuo mutare delle forme.
La galleria come cantiere: uno spazio di lavoro più che di rappresentanza
Non sono solo le opere a colpire, ma anche lo spazio in cui sono esposte. La galleria Matèria sembra un deposito di materiali edili, pronta per una costruzione futura. I sacchi di cemento e gli altri materiali sono disposti senza cercare la bellezza, ma seguendo una logica pratica, quella di un luogo di lavoro.
Questa scelta elimina la classica ricerca estetica in favore di una tensione tra arte e materia, tra il bello costruito e l’utile disposto. Nel lavoro di Canto emerge così un’attenzione quasi industriale alla logistica e alla movimentazione dei materiali, aspetti concreti e quotidiani che difficilmente si associano a una mostra d’arte ma che qui diventano parte integrante del racconto.
Dietro l’opera: architettura, famiglia e memoria
Dietro la mostra si scorgono tracce profonde della vita e della formazione di Stefano Canto. Architetto di formazione, ha una sensibilità particolare per i materiali, lo spazio e la struttura. Roma, con la sua stratificazione storica, è un riferimento costante nelle sue opere.
Anche il suo passato familiare lascia il segno: la madre vendeva gioielli antichi, il padre gestiva una galleria di antiquariato. Da qui Canto ha ereditato l’attenzione per il dettaglio e la capacità di riconoscere la qualità artigianale e artistica senza bisogno di tante parole. Questo intreccio personale arricchisce il suo lavoro, rendendo la mostra non solo un’esperienza visiva ma un vero viaggio nel tempo e nella memoria.
La mostra, aperta fino al 30 aprile 2026 negli spazi di Matèria a Roma, è una riflessione concreta sulla trasformazione continua degli oggetti e sul valore del processo artistico inteso come movimento e cambiamento. In attesa del testo critico di Alessandra Troncone, il lavoro di Stefano Canto invita a vedere la scultura non come forma definitiva, ma come un’esperienza in divenire.



